sabato 4 settembre 2010

Pomodori Verdi Fritti - Fannie Flagg

Mi chieda in che anno qualcuno si è sposato, con chi si è sposato e che cosa indossava la madre della sposa, e nove volte su dieci saprò dirglielo, ma accidenti a me, proprio non saprei dirle quand’è che sono diventata così vecchia.

“Non guardò nemmeno più il notiziario. Si vedono solo guerre. Dovrebbero dare a quella gente dei tranquillanti, così se ne starebbero quieti per un po’. […] Secondo me le brutte notizie contribuiscono a rendere peggiore la gente. E così, quando inizia il notiziario spengo il televisore.”

Se chiudi in trappola un animale selvatico, puoi star certa che morirà, ma se lo lasci libero, nove volte su dieci tornerà a casa.

Quelli che soffrono davvero non lo dicono mai.

sabato 31 luglio 2010

La versione di Barney - Mordecai Richler /2

A Seurat si attribuisce l’invenzione di uno stile nuovo. Ma è probabile che fosse solo miope, come molti altri impressionisti, e che abbia semplicemente dipinto quello che vedeva.

Non so raccontare una storia senza distorcerla. Per dirla tutta, sono un contaballe nato. Ma del resto cos’altro è uno scrittore, anche se alle prime armi come me?

Miriam ordinò la zuppa di piselli e io, chissà perché, quella di aragosta, che mi fa schifo.

Miriam aveva una grazia naturale, ed era adorabilmente ignara di quanto la sua presenza lasciasse il segno.

Sono cose che succedono solo se uno le fa succedere.

Cazzo, Barney, quanto ci siamo divertiti. Proprio non capisco come mai è finito tutto così in fretta.
Non sono mai andato d’accordo con sciamani, stregoni o psichiatri. Della condizione umana hanno capito molto più Shakespeare, Tolstoj o persino Dickens di chiunque voi. Siete una banda di ciarlatani sopravvalutata, che si ferma alla grammatica dei problemi umani, mentre gli scrittori che lo ho nominato badano all’essenza. E non mi piacciono le etichette vacue che appiccicate alla gente, né le parcelle che chiedete per le perizie di parte.

La vita è assurda, e nessuno di noi, in pratica, capisce gli altri.

venerdì 2 luglio 2010

La versione di Barney - Mordecai Richler /1

Allora ripenso a quei meravigliosi giorni di Parigi quando eravamo tutti giovani e pazzi. […] E a Parigi si viveva nell’anarchia. Nell’anarchia più assoluta. Mangiavamo quando avevamo fame, dormivamo quando ci veniva sonno, e scopavamo con chiunque ci stesse appena se ne presentava l’occasione, tirando avanti con tre dollari al giorno.

“I migliori” continuò Boogie “ non hanno convinzioni, mentre i peggiori difendono le proprie con ardore. Yeats, non io.”

“E gliela fai passare liscia?” mi chiese Boogie. “Ma spaccagli i denti. Pestalo a sangue. Dopo ti sentirai meglio”.
“Giusto” gli dissi. “Giusto, vado”.
“Tu sei un pericolo pubblico” mi fece Boogie trascinandomi via.

Tutti quanti noi, all’epoca, vivevamo nella più beata incoscienza, e non ce ne importava un fico secco di quanti anni avessimo: ventitré, ventisette, era lo stesso. A quel che ci restava da vivere non pensavamo proprio. Forse perché i colpi cadevano ancora nella terra di nessuno, se vogliamo usare una metafora bellica.

“Tu non vieni. Scordatelo”.
“Sarò umile. Sgranerò gli occhi alle sue metafore e applaudirò ogni mot juste”.

lunedì 28 giugno 2010

La morte a Venezia - Thomas Mann /3

“Giacché la bellezza, considera Fedro, la bellezza soltanto è divina e visibile a un tempo, e perciò essa è la via del sensibile, mio piccolo Fedro, è la via dell’artista verso lo spirito. Ma tu, mio caro, credi che giungerà alla saggezza e alla vera dignità virile colui che si incammina verso lo spirito per la strada dei sensi? O credi piuttosto che questa sia una strada tortuosa e peccaminosa che conduce necessariamente allo smarrimento? Poiché devi sapere che noi poeti non possiamo percorrere il cammino della bellezza senza che Eros ci accompagni e diventi la nostra guida; se anche a modo nostro possiamo essere eroi e disciplinati combattenti, siamo tuttavia come le donne, perché la passione è il nostro modo di innalzarci, e amore deve rimanere il nostro anelito – questo è il nostro piacere e la nostra vergogna. Vedi, adesso, che noi poeti non possiamo essere saggi né dignitosi? che dobbiamo necessariamente smarrirci, necessariamente essere dissoluti avventurieri del sentimento? La nostra maestria dello stile è menzogna e follia, la nostra gloria e il nostro orrore, farsa, la fiducia che il pubblico ha in noi è altamente ridicola, l’educazione del popolo e della gioventù per mezzo dell’arte è un’impresa rischiosa, che bisogna proibire. Infatti, come può essere educatore colui che per istinto innato e naturale è attratto verso l’abisso? Noi vorremmo rinnegare l’abisso e conquistare la dignità, ma per quanto ci sforziamo, l’abisso ci attira. Così noi rinunciamo alla conoscenza che dissolve, perché la conoscenza, Fedro, non ha dignità né rigore, la conoscenza sa, comprende, perdona, è senza carattere e senza forma; ha simpatia per l’abisso, anzi è l’abisso. Noi, dunque, la respingiamo risolutamente e quindi la nostra aspirazione resta unicamente la bellezza, vale a dire la semplicità, la grandezza e la nuova severità, una seconda spontaneità, la forma. Ma la spontaneità e la forma, o Fedro, portano all’ebbrezza e alla concupiscenza, possono trascinare un animo nobile a orridi sacrilegi del sentimento, che la sua stessa bella severità dichiara infami, anch’esse conducono all’abisso. Conducono all’abisso proprio noi poeti, perché noi non siamo capaci di elevazione, siamo capaci solo di dissolutezza.”

giovedì 10 giugno 2010

La morte a Venezia - Thomas Mann /2

Felicità per lo scrittore è il pensiero che può diventare interamente sentimento, il sentimento che può diventare interamente pensiero. Tali erano il pensiero palpitante e il sentimento rigoroso che appartenevano e obbedivano in quel momento al solitario: cioè, che la natura rabbrividisce di voluttà quando lo spirito s’inchina davanti alla bellezza. Improvvisamente provava il desiderio di scrivere. Ma a questo punto della crisi l’orgasmo della vittima era volto verso la produzione. L’occasione gli era quasi indifferente. Un’interrogazione, un invito a pronunciarsi su un certo vasto e scottante problema della cultura e del gusto era stato rivolto al mondo intellettuale ed egli l’aveva ricevuto dopo la partenza. L’argomento gli era familiare, era per lui esperienza vissuta; la voglia di illuminarlo con la luce della propria parola si fece a un tratto irresistibile.

Nulla è più singolare, più imbarazzante che il rapporto fra persone che si conoscono solamente di vista, - si incontrano tutti i giorni a tutte le ore, si osservano, e tuttavia sono costrette dal decoro o dal puntiglio a fingere indifferenza e a passarsi accanto come estranei, senza una parola e senza un saluto. C’è fra loro un rapporto fatto di inquietudine e di esasperata curiosità, l’isteria derivata dal bisogno insoddisfatto e innaturalmente represso di conoscersi e di comunicare, e soprattutto una specie di ansioso rispetto. Giacché l’uomo ama e onora l’uomo finché non può giudicarlo, e il desiderio è il prodotto di una conoscenza imperfetta.

Chi è fuori di sé non teme nulla quanto il rientrare in sé.

martedì 8 giugno 2010

La morte a Venezia - Thomas Mann /1

Era voglia di viaggiare, nient’altro; ma nata come un attacco di malattia, ed esaltata fino alla passione, anzi fino all’illusione sensoriale.

Certo l’incontentabilità era stata per lui, fin da ragazzo, l’essenza e l’intima natura del talento letterario; per amor suo aveva domato e raffreddato il sentimento, poiché sapeva che esso tende ad accontentarsi di un’allegra approssimazione e di una mezza perfezione. E ora il sentimento represso si vendicava, forse, abbandonandolo, rifiutando di continuare a sostenere la sua arte e a darle ali, e si portava via il piacere, la felicità della forma e della espressione?

Gli uomini non sanno perché elargiscono la gloria a un’opera d’arte. Ben lontani dall’essere conoscitori, credono di scoprirvi mille qualità per giustificare tanta partecipazione; ma il vero motivo del consenso è qualcosa di imponderabile: è simpatia.

Aschenbach guardava fuori, con le mani congiunte in grembo, lieto di essere di nuovo lì, ma crollando il capo, scontento della sua volubilità, della sua poca conoscenza dei propri desideri.

domenica 6 giugno 2010

Dizionario dei nomi propri - Amélie Nothomb

L’amico, per il bambino, è colui che ti sceglie. L’amico è colui che ti offre quello che non ti è dovuto. L’amicizia è dunque per il bambino il lusso supremo, e il lusso è ciò di cui le anime nobili hanno il bisogno più ardente. L’amicizia dà al bambino il senso del fasto dell’esistenza.

martedì 1 giugno 2010

Una canzone per Lucinda - Tish Cohen

Penelope rise di cuore; con quella sua bella risata in grado di contagiare chiunque intorno a lei, anche chi non aveva idea della ragione del suo divertimento.

Di sotto, si costrinse al giro largo per andare in cucina – attraverso la sala da pranzo calda e la dispensa del maggiordomo, dove ogni servitore che si rispetti si sarebbe fatto sorprendere attaccato a una fiaschetta di brandy, in una mattina fredda come quella.

domenica 30 maggio 2010

Il sorriso ai piedi della scala - Henry Miller

Cogliere quell’estrema frazione di secondo che gli restava e dividerla in infinitesimi istanti di durata. Niente che avesse sperimentato in quarant’anni di vita, neanche tutti i momenti di gioia messi insieme, poteva pur di lontano paragonarsi al sensuale piacere che ora provava nel centellinare le schegge ed i frammenti dispersi e sparpagliati dall’esplosione di quella frazione di secondo. Ma quando ebbe finito di sminuzzare l’estremo attimo di tempo in infinitesime particole e si ritrovò come affogato in un vasto ed impalpabile reticolo di durata, ebbe l’inquietante rivelazione d’aver perduto la capacità di ricordare. S’era come cancellato: aveva fatto il vuoto dentro di sé.

Aveva un sentimento di libertà cui prima, da interprete, aveva dovuto rinunciare. Ah, che bello esser liberi dalla propria parte, liberi dalla propria maschera, tuffarsi nel trantran della vita, diventar polvere...

Ora riceveva ben di meglio, di più esaltante assai che le risate: i sorrisi.

Come il clown, anche noi percorriamo l’intera gamma delle gesticolazioni, sempre simulando, sempre ritardando ogni volta il grande evento. Moriamo lottando per nascere. Noi non fummo mai, mai siamo. Siamo anzi sempre sul punto d’incominciare, sempre al di qua, sempre fuor di portata. Sempre fuori gioco.

lunedì 24 maggio 2010

Biografia della fame - Amélie Nothomb

- Quando torniamo a casa? – chiedevo spesso a mio padre, intendendo per casa Shukugawa.
- Mai.
Il dizionario mi confermava che quella era una risposta terribile.
Mai era il paese in cui vivevo io. Era un paese senza ritorno. Non lo amavo. Il Giappone era il mio paese, quello d’elezione, ero io che avevo scelto lui, non il contrario. Il mai invece aveva scelto me. Ero cittadina dello Stato del mai.
Per gli abitanti del mai non c’è speranza. Parlano la lingua della nostalgia. La loro moneta è il tempo che passa: sono incapaci di metterne da parte e la loro vita si dilapida in direzione di un abisso che risponde al nome di morte ed è la capitale del loro paese.
I maiani sono grandi creatori di amori, amicizie, scritti e altre costruzioni strazianti che portano già in sé la propria rovina, ma sono incapaci di edificare una casa, una dimora, qualsiasi cosa somigli a un alloggio stabile e abitabile. Eppure, non c’è niente di più desiderabile ai loro occhi di un cumulo di pietre che possa costituire un domicilio. E’ una fatalità a derubarli di quella terra promessa appena credono di possederne la chiave.
I maiani non credono che l’esistenza sia crescita, un accumulo di beltà, saggezza, ricchezza ed esperienza; sanno fin dalla nascita che la vita è diminuzione, dispersione, espropriazione, smembramento. Gli viene dato un trono al solo scopo di farglielo perdere. I maiani sanno dall’età di tre anni quello che la gente di altri paesi arriva a conoscere appena a sessantatré.
Non bisogna dedurne che gli abitanti del mai siano tristi. Al contrario: non esiste popolo più gioioso. Le minime briciole di grazia danno alla testa ai maiani. La loro propensione a ridere, a rallegrarsi, a essere felici e a rimanere abbagliati è senza pari su questo pianeta. Sono così ossessionati dalla morte che hanno per la vita un appetito delirante. Il loro inno nazionale è una marcia funebre, la loro marcia funebre è un inno alla gioia; è una rapsodia così frenetica che la semplice lettura della partitura dà i brividi. E tuttavia, i maiani ne suonano ogni singola nota.

Una sera ebbi una rivelazione. Sprofondata sul divano, leggevo un racconto di Colette intitolato La cire verte. In un certo senso, era una storia dove non accadeva niente: una ragazza sigillava delle lettere. Eppure quel racconto mi catturò, senza che potessi spiegare perché. A un giro di frase che non apportava nessun supplemento di informazione, si produsse un fenomeno incredibile: un brivido mi si propagò lungo la colonna vertebrale, la pelle mi si accapponò e, nonostante una temperatura ambientale di trentotto gradi, mi venne la pelle d’oca.
Stupefatta, rilessi il periodo che aveva provocato la reazione, tentando di scoprirne l’origine. Ma si trattava solo di cera in fusione, della sua consistenza, del suo odore: cioè niente. Allora perché quel turbamento spettacolare?
Finii per capire. La frase era bella: quello che era successo era la bellezza.
Quella scoperta equivaleva per me a una rivoluzione copernicana. La lettura era, insieme all’alcol, l’essenza dei miei giorni: ormai, sarebbe stata la ricerca di quella bellezza insolubile.

mercoledì 19 maggio 2010

Il guardiano dei sogni - Paolo Maurensig /2

Quale era stato il culmine che, una volta superato, non aveva più permesso loro di tornare indietro?

Tutto sembrava irreale, eppure, non mi sentivo a disagio, anzi, mi stavo abbandonando a uno stato in cui mi aspettavo che tutto potesse accadere.

“Essere vivi, tuttavia, non significa essere svegli.”
“Vuol dire che noi viviamo come sonnambuli?”
“Per gran parte della vita. E la nostra opportunità è quella di tentare di svegliarci. Solo nella veglia perfetta, infatti, possiamo sostenere di essere in grado di scegliere liberamente; altrimenti il nostro destino è quello di essere attratti dalla scelta che più si conforma alla nostra educazione e al nostro temperamento. Non c’è differenza tra il malvivente e l’uomo onesto. Tutti e due, infatti soggiacciono alla propria natura. Non siamo neppure in grado di dare un giudizio morale. Per l’uomo onesto, il male è repellente, il malvivente, invece, ne subisce un’attrazione irresistibile. Molto spesso, però, l’attrazione non è così definita e la scelta si fa più difficile. Che cosa facciamo, infatti, quando non sappiamo deciderci, quando, malgrado tutti i ragionamenti, l’ago della bilancia non si sposta di un millimetro né da una né dall’altra parte? In quel caso ci affidiamo alla sorte, gettiamo in aria una monetina. O forse può succedere che il semplice consiglio distratto di qualcuno determini la nostra scelta e il nostro destino.”

Capii che stavano rappresentando le passioni umane nelle loro infinite varianti, ma allo stesso tempo vi era in ciò che vedevo il senso e il linguaggio di tutte le arti, e per un attimo mi fu chiaro il legame indissolubile tra queste e l’anima umana.

Fu in quel periodo che cominciai a frequentare ambienti a me fino allora sconosciuti, cedendo a quella vita dissoluta che avevo sempre segretamente rimproverato a mio padre. Il bel mondo volteggiava a ritmo di valzer e il frastuono della musica avrebbe coperto persino il rombo dei cannoni.

domenica 16 maggio 2010

Il guardiano dei sogni - Paolo Maurensig /1

Non esiste comprensione se non in seguito alla personale sperimentazione. C’è chi pensa di poter capire la pittura senza aver mai toccato un pennello. C’è chi parla con competenza della composizione dei colori senza aver mai polverizzato in un mortaio cinabro e ametista. Se non si è mai guardato nella profondità della materia, come si può credere nella sua illusoria proiezione?

Quando si esce da un lungo stato d’incoscienza, quand’anche per poco si è varcata la soglia fatale, passando dall’altra parte, solo a quel punto ci si rende conto di quanto futili possano essere tutte le implicazioni che accompagnano la nostra vita, e allora si cerca di aggrapparsi a qualcosa, a qualsiasi cosa ci dia la speranza che non tutto finisca con la morte, che una parte di noi sopravviva, e per avere una certezza saremmo disposti persino a spogliarci della nostra amata personalità; ecco, saremmo disposti a cedere tutto, ad accogliere ogni condizione, ad abbracciare una nuova fede, un’altra religione, e persino a credere alle parole di uno sconosciuto. Convincetemi, vi prego, che quanto state dicendo non è solo frutto di un vaniloquio. Ditemi che avete la certezza che la nostra coscienza non si oscura in quelle tenebre. Parlatemi, vi prego, di mistici, di santi, di cattedrali, di alchimia, di immortalità, parlatemi ancora di questi temi così cari alla mia giovinezza e che, nel travaglio della vita, ho dapprima dimenticato e infine ripudiato del tutto.

Nella morte noi temiamo la distruzione del nostro corpo e non la perdita della coscienza; se noi temessimo la perdita di quest’ultima, paventeremmo il sonno come la morte stessa. Eppure, tutte le notti gli uomini si abbandonano alla perdita della coscienza, né mai si chiedono dove essa vada durante il sonno.

Le mie convinzioni non erano assolutamente inattaccabili, come pensavo allora, ma erano solo una visione conveniente, seppure parziale, della realtà.

Qui si celebra lo spettacolo dei vivi e dei morti. Qui si celebrano i sette misteri dell’esistenza. Il primo è il nulla, il secondo è la vita, il terzo è la consapevolezza, il quarto è l’amore, il quinto è il sonno, il sesto è la morte, e il settimo, il più grande di tutti, è il dolore.

venerdì 14 maggio 2010

Sotto cieli noncuranti - Benedetta Cibrario

Era come suo padre, pensava allora Linda, aveva dentro qualcosa di selvatico. Bastiancuntrari, gente che va per la sua strada; a prenderli di petto, una fregatura.

Quante volte ho sentito dire la frase “non ho parole”. Riesco perfino a sorridere di queste undici lettere che significano l’esatto contrario di quello che esprimono, l’impossibilità di parlare quando siamo sopraffatti dalla quantità delle cose da dire.

Quasi tutti i ghiacciai sono belli da perderci il cuore. Distese accecanti e compatte in cui possono aprirsi crepacci invisibili.

E’ la seconda volta che mi succede. Ho lasciato che si azzerassero le distanze. Come allora, non ho retto l’impatto con la realtà.

“Penso che è meglio ripetere le cose ai grandi, quando sono importanti.” Ha ragione. Non sai mai se ti ascoltano.

Difficile capire se la fetta più grande sia quella della speranza o della preoccupazione. Quando sono così, i desideri, se ne stanno avvinghiati alle persone, e non si spostano di un millimetro. Possono restare annidati lì per anni, silenziosi e forti come un guerriero Masai.

mercoledì 12 maggio 2010

Vacanze nel coma - Frédéric Beigbeder /2

Vuole dormire ad occhi aperti, per non perdersi nulla.
Avrebbe voluto reggere l’alcool.
Vuole che la sua vita sia un film di Roger Vadim Plemiannikov del 1965.
Vuole che gli si faccia dei complimenti e che poi gli si sparli alle spalle.
Non vuole essere soggetto di conversazione. Vuole essere soggetto di discussione.

Conduciamo tutti delle vite assurde, grottesche e derisorie, ma, dal momento che le conduciamo tutti allo stesso tempo, finiamo per trovarle normali. Bisogna andare a scuola invece che fare sport, poi iscriversi all’università invece che partire per il giro del mondo, poi trovare un lavoro invece di....

Be’, starò forse attraversando un brutto periodo. Non posso mica essere sempre bello, brillante e interessante!

There I am
2 a.m.
What day is it?

In futuro, potranno dire ai loro figli di avere vissuto una gioventù tormentata.

Ibernazione mi criogenizzo non appena rientro a casa mi rinchiudo nel congelatore è deciso sarò il primo Findus umano.

E’ un peccato che il coma etilico non sia rimborsato dall’assicurazione medica.

La gelosia governa il mondo. Senza di essa non ci sarebbe amore, né denaro, né società. Nessuno muoverebbe un dito. I gelosi sono il sale della terra.

“James Ellroy, c’è una cosa che vi è insopportabile più di tutte le altre?
- Si.
- Si, cosa?
- Si, la morte.”

Tu as l’alcool joli.

Rifiuto di invecchiare vecchia.

I suoi pensieri assomigliano davvero ad un’opera di Pierre Guyotat. Li annota su dei Post-it, perché cerca l’originalità ad ogni costo. Ciò non gli impedirà però di scrivere lo stesso libro di un qualsivoglia imbecille della sua età.

“E’ la tua risposta a tutto: bere?
- No, è la mia risposta a niente.”

lunedì 10 maggio 2010

Vacanze nel coma - Frédéric Beigbeder /1

Marc Marronnier ha ventisette anni, un bell’appartamento, un lavoro piacevole e, nonostante questo, non si suicida.

Non è in grado di fare nulla per intero. Rifiuta di scegliere una vita piuttosto che un’altra. Di questi tempi, a suo parere, “Tutti sono folli, non si ha scelta che tra schizofrenia e paranoia: in altre parole, o si è più persone contemporaneamente, o si è soli contro tutti.”

In una società edonista, superficiale come la nostra, i cittadini di tutto il mondo non si interessano che a una cosa: la festa.

A sedici anni, volevo conquistare il mondo, essere una rock star, o un divo del cinema, o un grande scrittore, o un presidente della Repubblica, oppure morire giovane. A ventisette anni, invece, sono già rassegnato: il rock è troppo complicato, il cinema troppo chiuso, i grandi scrittori troppo morti, la Repubblica troppo corrotta e, ormai, voglio morire il più tardi possibile.

E’ indispensabile vivere rischiosamente, ma, di tanto in tanto, a Marc piace fare merenda da Ladurée.

Ognuno ha i modelli che un’epoca gli ha concesso. Alcuni sono spariti, altri, peggio, sono stati dimenticati.

Io scrivo, cala la notte, la gente va a cena.

Tutti i satrapi devono essere in qualche modo artisti. E’ fondamentale essere fotografo di moda o redattore capo, produttore televisivo o “in procinto di terminare un romanzo”, o, ancora, serial killer. Non c’è nulla di più disdicevole dell’inoperosità.

Sono tutti così belli e così maledetti.

sabato 8 maggio 2010

Zia Mame - Patrick Dennis

Ma certo non era tipo da darsi facilmente per vinta. In qualche recesso della sua personalità allignava la suffragetta da prima linea, che batte i locali malfamati alla ricerca di casi umani da recuperare.

Avrei presto scoperto che per “mattino” zia Mame intendeva l’una del pomeriggio. Le undici erano “mattino presto”, mentre le nove corrispondevano a “notte fonda”.

Del resto era più o meno inevitabile che la sua stupefacente personalità, dopo aver mietuto migliaia di vittime, finisse per conquistare anche me. Zia Mame aveva un fascino caotico, leggendario.

A mio beneficio, Brian sfoderò l’accoppiata vincente: sguardo radioso e sorriso triste.

martedì 4 maggio 2010

Bianco su nero - Rubén Gallego

I vichinghi erano i migliori guerrieri del mondo. Guerrieri intrepidi, gente di grande coraggio. Attenzione a considerare finito un vichingo caduto in battaglia. In uno scatto estremo di quella vita che gli stava sfuggendo, il vichingo caduto in battaglia poteva addentare un nemico al polpaccio.

Io non leggevo tanto per leggere, io volevo capire com’era fatto il mondo. Volevo sapere come stare al mondo.

Io non voglio essere nutrito gratis, né potrò mai avere una mia professione. Voglio l’iniezione letale. Voglio andare in America.

Ricordati che se impari il tedesco, potrai imparare qualsiasi altra lingua.

San Francisco. La città dei miei sogni, centro abitato dell’inferno capitalista. Città di reietti e di stravaganti.

In quel paese lontano e filantropico, è vietato morire in quattro e quattr’otto. Quel che potrò fare sarà intossicarmi lentamente di vodka e sperare in un’ulcera o in un infarto.

venerdì 30 aprile 2010

Tonio Kröger - Thomas Mann /4

Viaggiava molto comodamente, perché usava dire che coloro che hanno una vita interiore molto più difficile di quella degli altri hanno un fondato diritto a un certo comfort esteriore.

E Tonio sbarcò in Danimarca. S’installò a Kopenaghen, diede mance a tutti coloro che avevano l’aria di avere il diritto di riceverle.

Teneva un libro sulle ginocchia, ma non leggeva una riga. Godeva di un profondo oblio, un libero librarsi sopra lo spazio e il tempo e soltanto di rado era come se il suo cuore fosse colto da un dolore, un breve, pungente sentimento di desiderio o di pentimento, di cui lui era troppo pigro o troppo assorto per chiedersi il nome e la provenienza.

E improvvisamente accadde questo: Hans Hansen e Ingeborg Holm stavano attraversando la sala.

Ricominciare? Non servirebbe a nulla. Tutto diventerebbe di nuovo così, tutto accadrebbe com’è accaduto. Perché certi si smarriscono necessariamente, per loro non c’è una retta via.

Pensò a che cosa avrebbe potuto dire; ma non trovava il coraggio di dirlo. Sarebbe stato come sempre: non l’avrebbero capito, avrebbero ascoltato con stupore quel che sapeva dire. Perché il loro linguaggio non era il suo linguaggio.

Mio padre era un temperamento nordico: riflessivo, radicale, corretto per puritanesimo e incline alla malinconia; mia madre era di un sangue esotico imprecisato, bella sensuale, ingenua, insieme indulgente e appassionata e di una sensibilità impulsiva. Senza alcun dubbio si è trattato di un miscuglio che comportava straordinarie possibilità e straordinari pericoli. Quello che ne è venuto fuori è stato questo: un borghese che si è smarrito nell’arte, un bohémien con la nostalgia per la buona atmosfera della camera dei bambini, un artista con la cattiva coscienza. Perché è la mia coscienza borghese che mi fa vedere nell’artisticità, in ogni eccezionalità e in tutto ciò che è genio, qualcosa di profondamente ambiguo, di profondamente equivoco, di profondamente sospetto, il che mi conferisce questa amorosa debolezza per ciò che è semplice, leale, gradevolmente normale, per tutto ciò che non è geniale e decente.

mercoledì 28 aprile 2010

Tonio Kröger - Thomas Mann /3

La letteratura non è un mestiere, è una maledizione. E quando comincia a diventare percepibile, questa maledizione? Presto, spaventosamente presto. A un’età in cui ancora si dovrebbe vivere tranquillamente, in pace e d’accordo con dio e col mondo. E invece lei comincia a sentirsi segnata, a sentirsi in un’enigmatica contrapposizione rispetto agli altri, alle persone normali, comuni e l’abisso di ironia, di miscredenza, di opposizione, di conoscenza, di sentimenti che la separa dagli uomini si scava sempre più profondo, e lei è sola, e poi non ci sarà possibilità d’intesa.

Un artista, un artista vero, non uno che esercita la professione liberale dell’arte, ma proprio un artista predestinato e dannato, lei, con uno sguardo anche poco penetrante, lo riconosce anche in mezzo a una massa di gente. Il sentimento della separazione, del non c’entrare, del venir riconosciuto e osservato, nella sua faccia c’è qualcosa di regale e insieme di imbarazzato.

La ‘vita’, quale si contrappone, eterna antagonista dello spirito e dell’arte, - a noi, spiriti anomali, non si presenta come una visione di sanguinosa grandezza e di selvaggia bellezza, non si presenta come l’anomalia; il normale, la decenza, l’amabilità, questo è il regno del nostro desiderio, la vita nella sua seducente banalità! E’ ben lontano dall’essere un artista, mia cara, colui che intimamente e profondamente sogna la raffinatezza, l’eccentricità e il satanico, che non conosce il desiderio dell’irrilevante, del semplice e del vivente, di un po’ di amicizia, di dedizione, di confidenza e di umana felicità, - quel desiderio furtivo e struggente, Lisaweta, dei piaceri della mediocrità!

Non si dovrebbe mai cercare di adescare alla poesia gente che preferisce leggere libri sui cavalli con dentro le istantanee! Perché, in definitiva, quale spettacolo sarebbe più penoso di quello della vita che tenta la via dell’arte? Noi artisti non odiamo mai nessuno più a fondo del dilettante, di colui che vive credendo di poter essere anche, occasionalmente, un artista.

lunedì 26 aprile 2010

Tonio Kröger - Thomas Mann /2

Non lavorava come qualcuno che lavora per vivere, bensì come uno che non vuole nient’altro che lavorare, perché in quanto uomo vivente non si ritiene nulla e desidera soltanto entrare in linea di considerazione in quanto creatore e per il resto se ne va in giro grigio, insignificante, come un attore senza trucco, che non è nulla fintanto che non ha nulla da rappresentare. Lavorava muto, chiuso, invisibile e pieno di disprezzo per quei piccoli spiriti il cui talento è una sorta di ornamento sociale, i quali, sia che fossero ricchi sia che fossero poveri, se ne andavano in giro sporchi e laceri oppure sfoggiavano il lusso mediante eccentriche cravatte, in primo luogo felici, intenti a vivere amabilmente e artisticamente, ignari che le opere buone sorgono soltanto sotto la pressione di una vita grama, che chi vive non lavora, e che bisogna essere morti per essere veramente creatori.

Perché così è Lisaweta: il sentimento, il sentimento caldo, intenso è sempre banale e inutilizzabile, e artistiche sono soltanto le irritazioni e le fredde estasi del nostro distrutto, artistico sistema nervoso. E’ necessario essere qualcosa di extra-umano e di disumano, avere con l’umano un rapporto singolarmente remoto e privo di partecipazione per essere in grado e per essere tentati di giocare, di giocare con l’umano, di rappresentarlo in modo efficace e con gusto. Il dono dello stile, della forma e dell’espressione presuppone già di per sé questo rapporto freddo e schifiltoso con l’umano, e anzi presuppone un certo impoverimento, una certa aridità umana. Perché il sentimento sano e forte, questo è il punto, non ha gusto. E’ finita per l’artista appena diventa uomo e comincia ad avere sensazioni. E questo Adalbert lo sa e per questo se ne andava al caffè, nella “sfera remota”, proprio così.

sabato 24 aprile 2010

Tonio Kröger - Thomas Mann /1

“Vorrei dormire, ma tu devi danzare.” Lo scoraggiante controsenso che vi era espresso lo torturava: dover danzare mentre si ama...

Oh, doveva venire! Doveva notare che lui non c’era, doveva sentire che cosa lui provava, doveva seguirlo di nascosto, anche se soltanto per pietà, per venire a posargli la mano sulla spalla e dirgli: Torna dentro con noi, sii felice, io ti amo. E lui tendeva l’orecchio verso la sala alle sue spalle e aspettava preso da una tensione irragionevole, aspettava che lei venisse. Ma lei non venne. Cose simili non succedono sulla terra.

Se ne andò per la strada che doveva percorrere, con un passo un po’ trascurato e disuguale, fischiettando tra sé e sé, guardando le lontananze con la testa un po’ inclinata da una parte, e quando si smarriva, ciò accadeva perché per certi uomini non c’è la retta via. Se gli si domandava che cosa intendesse fare nel mondo, forniva risposte contraddittorie, perché usava dire (e l’aveva anche già scritto) che portava in sé la possibilità di mille forme di esistenza insieme con la segreta consapevolezza che in fondo si trattava di mere impossibilità...

La nausea e l’odio verso i sensi lo colse, e insieme un anelito verso la purezza e una decorosa pace, mentre respirava l’aria dell’arte, l’aria tiepida e dolce e impregnata di profumi di una primavera permanente, in cui, dentro un misterioso piacere creativo, tutto fermenta e germoglia. Avvenne così semplicemente che, scaraventato senza posa tra limiti estremi, tra una gelida spiritualità e l’ardore dilaniante dei sensi, conducesse una vita estenuante in mezzo alle pene della sua coscienza, una vita sfrenata, sregolata, incomprensibile di cui lui, Tonio Kroger, in fondo, aveva orrore. Quale labirinto! pensava talvolta. Ma come è stato possibile che io sia precipitato in tutte queste eccentriche avventure? Non sono uno zingaro nel suo carrozzone verde, sono per nascita...

martedì 20 aprile 2010

Last Love Parade - Marco Mancassola /4

Sulla barca una ragazza svedese ti osservò mezz’ora, per dirti infine che non riusciva a intuire da dove venissi, quanti anni avessi. La cosa ti lasciò sospeso. Essere qualcosa di indefinibile era da sempre un desiderio, e un terrore.

A tutte le volte che siamo morti, eppure non siamo morti.

Su tutto il pianeta non c’era un posto dove la tua presenza avesse un senso preciso, né un posto di cui tu avessi davvero bisogno. Tu e il mondo sembravate avere una relazione libera e aperta, e difficile dire cosa fosse: senso di indipendenza, o di inutilità.

Avevi letto sia Proust che Kant. Ma avevi passato altrettanto tempo a ballare, sudare e sentire. Provavi un’istintiva diffidenza verso chi non comprendeva le cose col corpo. Al tempo stesso eri insofferente verso chi le comprendeva esclusivamente col corpo. Insofferente agli intellettualismi e alle semplificazioni. Non potevi stare da una parte né dall’altra. Eri nel mezzo, come sempre.

Avevo seguito l’elettronica estrema, e insieme gruppi di rock indipendente. Sapevo che la mia vera musica restava l’elettronica: come quando esci volentieri con delle persone, ma sai che i tuoi veri amici sono altri.

A Londra ogni cosa è esposta, in vendita, a Berlino tutto nascosto. A Londra ogni cosa è costosa, a Berlino economica. Londra è febbrile, Berlino ovattata.

domenica 18 aprile 2010

Last Love Parade - Marco Mancassola /3

Io volevo scrivere, e ovviamente era il desiderio sbagliato. Io volevo qualcosa di quell'asciutta potenza, ma la techno era magma intuitivo, forza astratta, pura e semplice lingua disarticolata, mentre io dovevo imparare ad affrontare il disagio, il dolore, l'umiliazione infinita del bisogno di articolazione.

Over e underground sono sempre stati legati: reciproca necessità. L'uno definisce la posizione dell'altro. Al tempo stesso l'underground tende ad affrontare, come un naturale processo geologico, per sostituire gli strati consumati overground.

Chi ha conosciuto la velocità può davvero fermarsi?

...a Berlino arrivate verso sera. La città è pronta e sospesa. Il silenzio attutito dell'aria, del cemento, dei neon di palazzi e vetrine. [...] In un'altra vita, dice, sei stato berlinese. Quando gli chiedi quale possa essere stata la sua altra vita precedente, scuote la testa. Dice solo di aver letto una cosa: secondo un certo guru, l'ecstasy mette ognuno in contatto con le vibrazioni delle vite passate. Per questo sembra di riconoscere tante persone.

Quando qualcuno scopre la vostra provenienza e prova le solite battute sulla politica italiana, e sui tycoon dei media che partecipano alle elezioni, non vi scomponete. Due maschere neutre, due lastre di indifferenza. Cosa c'entra con voi? Siete davvero altro. Giovani europei politicamente irrappresentati, irrappresentabili.

giovedì 15 aprile 2010

Last Love Parade - Marco Mancassola /2

Poi di colpo avevo realizzato, con quel senso di incredulità di quando si intravede lo spazio vuoto che si potrebbe lasciare nella vita degli altri, che io ero una delle persone più vicine. Se non io, chi?

La gioia di un periodo si misura dall'intensità del dolore con cui finisce.

E' il vuoto della città che crea pienezze nella musica.

Si cresce per intuizioni. Si cresce per visioni improvvise, come una scelta che attraversa gli strati del mondo, o per lente prese di possesso. Si cresce per identificazioni, opposizioni, sostituzioni. Si cresce per perdite, e per molto tempo il senso di perdita mi ha dominato, come un'umidità che impregna i vestiti. Oppure si cresce per lievitazione. O inerzia o pura ossidazione.

Aveva letto da qualche parte che l'essere umano è l'unico animale che immagina più di quanto vive, e la cosa lo angosciava. In un qualche momento, diceva, il mondo in cui ognuno si immagina è diventato più importante di quello che è. Non è patetico?

Il ritmo è quasi categoria filosofica. Come l'essere, come lo spirito. Il ritmo è una specie di essenza, un fuoco sacro da trovare, possedere, custodire.

E so che è quello che sarò per sempre: inquieto. Oh, non la solita inquietudine-punto di partenza, bensì un nuovo e stabile strumento, un rigoroso organo di conoscenza. Nella notte lucida e fredda, so davvero quello che sono. Potrei tracciare la mia storia millimetro per millimetro. Una mappa di sfumature e varianti, una vita di contraddizioni e perdite, ritorni, deviazioni, sogni, ingenuità, disincanti.

http://www.marcomancassola.com/

martedì 13 aprile 2010

Last Love Parade - Marco Mancassola /1

Ogni suono ha la sua giustificazione. Ogni suono fa qualcosa per qualcuno.

Un party esiste come istantaneo accadere. E’ forma d’onda, non si può riprodurre né comprendere da fuori.

A quei tempi c’era una certa chiarezza: integrarsi o morire.

La club culture contemporanea è delineata: riciclo di ex spazi industriali, musica e droga di natura sintetica, un edonismo così estremo da confinare nel nichelismo. E al tempo stesso una fede fervente. Fin dai tempi della disco il club è rito, congregazione, spirito di comunione. Quasi, il luogo dell’ultima celebrazione possibile.

Ora siamo nell’era solista. Del ballo sempre più destrutturato, indipendente, quasi autistico.

Lo spazio, a Berlino, fa uno strano effetto. Sembra seguire leggi sue. Come in un’immensa opera concettuale, c’è qualcosa di dilatato , misterioso e imprendibile. Forse per gli spazi imponenti, o la commistione continua di pieno e vuoto, o quella sensazione di scoprire mondi nei mondi: quando la città si apre verso est, diventa una specie di geografia fantastica. Si può sparire in un portone per sbucare in enormi aree dismesse. Berlino Est offre una quantità di spazio. Quando ci si chiede perché la techno tedesca sia diventata tanto influente, e perché la musica nazionale più famosa all’estero sia quella elettronica, bisogna considerare la capitale tedesca nei primi anni postmuro: una città cassa acustica, chilometri cubi pronti a rimbombare, un far east del desiderio dove piantare, con una libertà senza precedenti, la bandiera dei rave e dei locali underground.

http://www.marcomancassola.com/

sabato 10 aprile 2010

L'istinto del lupo - Massimo Lugli

Per il resto sembrava più frivola e vaga che mai.

Il nome è la cosa più importante, la gente ti identifica col tuo nome, il nome serve per lanciare maledizioni e per benedire. Noi siamo il nostro nome.

martedì 6 aprile 2010

Il mondo di Sofia - Jostein Gaarder /3

In un certo senso Freud aveva mostrato che tutti gli uomini sono artisti: un sogno è una piccola opera d’arte e ogni notte noi sogniamo.

Che cosa pensavano tutte queste persone sul fatto di esistere? Pareva quasi che fossero semplicemente lì, che fossero soltanto sedute: discutevano e gesticolavano, ma non davano l’idea di parlare di qualcosa di importante. All’improvviso le venne in mente quello che aveva detto Kierkegaard: la caratteristica distintiva della massa era la chiacchiera priva d’impegno.

Per tutta la storia della filosofia, i filosofi hanno cercato di rispondere alla domanda riguardo a che cosa sia un essere umano, o di individuare quale sia la natura umana. Secondo Sartre, invece, l’uomo non possiede nessuna ‘natura’ eterna cui fare riferimento. Per questo motivo non serve chiedersi quale sia il ‘significato’ della vita in generale. In altre parole, siamo condannati a improvvisare: siamo come attori che vengono mandati in scena senza avere un ruolo, un copione e un suggeritore che possa sussurrarci in un orecchio quello che dobbiamo fare. Noi stessi dobbiamo scegliere come vogliamo vivere.

domenica 4 aprile 2010

Il mondo di Sofia - Jostein Gaarder /2

In primo luogo, Cartesio afferma che non bisogna mai accettare nulla per vero se non lo si riconosce evidentemente tale.

I romantici si sentivano attratti dalla notte, dall’alba, dalle antiche rovine e dal soprannaturale. Erano affascinati dai ‘lati oscuri’ dell’esistenza, cioè da tutto ciò che è buio, misterioso, ossessivo.[…] Si diceva che ‘l’ozio è l’ideale del genio e l’indolenza la virtù romantica’. Il dovere per i romantici era vivere profondamente la vita o allontanarsene sognando un’altra realtà. Il commercio e le faccende di tutti i giorni erano cose da piccolo borghesi.

Nella moderna società urbana, diceva Kierkegaard, l’uomo si perde nella massa, e il tratto distintivo della massa è la ‘chiacchiera’. Oggi useremmo la parola ‘conformismo’: tutti pensano e credono la stessa cosa senza che nessuno abbia un rapporto ‘passionale’ con le proprie affermazioni. […] ‘La massa è falsità’ o ‘La verità è sempre in minoranza’ sono sue affermazioni.

Questo perpetuo creare, allora, perché? Per travolgere nel nulla quel che è stato creato?
[ Faust – Goethe]

venerdì 2 aprile 2010

Il mondo di Sofia - Jostein Gaarder /1

...fare solo un pezzo di strada non significa sbagliarla del tutto...

Noi non viviamo soltanto nel nostro tempo: ci portiamo dietro anche la nostra storia. Tutti gli oggetti che vedi in questa stanza un tempo erano nuovi fiammanti, tienilo sempre presente. Quella bella bambola in legno del XVI secolo fu forse il regalo di compleanno per una bambina di cinque anni. Magari fu suo nonno a fabbricarla... Poi la bambina compì dieci anni, Sofia. Quindi diventò adulta e si sposò. Forse ebbe una figlia a cui regalò la bambola. Comunque invecchiò e un giorno scomparve. Probabilmente visse a lungo, ma di colpo scomparve e non ritornerà mai più perché, in fondo, era qui soltanto per una breve visita. La sua bambola invece è là sulla mensola. […] Ma la vita è triste e solenne. Ci fanno entrare in un mondo meraviglioso, ci incontriamo, ci salutiamo e percorriamo la stessa strada per un pezzo, poi scompariamo nel medesimo modo assurdo e improvviso in cui siamo arrivati.”

Il Rinascimento fu caratterizzato da un più profondo individualismo: non siamo semplicemente uomini, bensì individui unici, e tale pensiero portò al culto del genio. Il nuovo ideale fu il cosiddetto ‘uomo rinascimentale’, cioè un essere umano impegnato in tutti i campi del sapere, delle arti e delle scienze. […] L’essere umano non esisteva soltanto in funzione di Dio, ma Dio aveva creato l’uomo anche in funzione dell’uomo stesso, il quale poteva dunque vivere con gioia la propria vita. Inoltre, dato che poteva svilupparsi liberamente, aveva di fronte a sé un numero infinito di possibilità. La meta era superare ogni limite, e anche questo era nuovo rispetto all’umanesimo antico, che insisteva invece sulla temperanza, sulla serenità e sul dominio di sé.

domenica 28 marzo 2010

Il tempo che vorrei - Fabio Volo /2

“Conosci B. B. King e Muddy Waters?”
“Sì.”
“Sono bravi per te?”
“Numeri uno.”
“Beh, non sanno leggere uno spartito. Non hanno idea di come si legga la musica. Come diceva Bernbach: le regole sono quelle che l’artista spezza; nulla di memorabile è mai uscito da una formula. E poi la grandezza nella vita sta nel cercare di esserlo...”
“Cosa?”
“Grandi! Questo fa la differenza.”

E poi ricordati che tutti criticano l’ego, ma sono pronti ad applaudire chi si è distinto grazie a quello.

Ero pienamente d’accordo con le parole di Camus: “Girando sempre su se stessi, vedendo e facendo sempre le stesse cose, si perde l’abitudine e la possibilità di esercitare la propria intelligenza e lentamente tutto si chiude, si indurisce, si atrofizza come un muscolo.”

E’ serena, forse perché non ha mai avuto grandi ambizioni nella vita, quindi è rimasta meno delusa.

La walk of shame, cioè la camminata della vergogna, è quando una ragazza dopo una serata finisce a casa di uno, ci va a letto e dorme lì. Il mattino dopo, prima di andare al lavoro, deve passare da casa per cambiarsi e si ritrova a camminare con tacchi alti e abito da sera tra gente vestita da ufficio. Magari prende un tram o entra in un bar per un caffè e si capisce subito che viene da una lunga notte. Gli americani la chiamano walk of shame perché, anche se non è vero, ti senti addosso gli sguardi degli altri, come a dire: “Abbiamo capito che hai scopato tutta la notte, che hai fatto tardi e sei rimasta da lui”.

venerdì 26 marzo 2010

Il tempo che vorrei - Fabio Volo /1

Per imparare ad amarlo ho dovuto fare il giro del mondo. E più mi allontanavo da lui, più in realtà mi stavo avvicinando. Il mondo è tondo.

Rubare è un po’ alla base di qualsiasi lavoro creativo. Si ruba da film, da canzoni, da conversazioni sentite mentre si è in coda al supermercato o su un treno. Come vampiri, i creativi succhiano il sangue da qualsiasi forma di vita. Sentono per caso una parola, una frase o un concetto e, come una lampadina che si accende, si accorgono che era proprio quello che stavano cercando. E non pensano che stanno rubando, pensano che sia semplicemente lì per loro. Per questo le parole di Jim Jarmusch sono la Bibbia per un creativo: “Il punto non è da dove prendete le cose, il punto è dove le portate”.

Non voglio insistere, però sappi che leggere mette in moto tutto dentro di te: fantasia, emozioni, sentimenti. E’ un’apertura dei sensi verso il mondo, è un vedere e riconoscere cose che ti appartengono e che rischiano di non essere viste. Ci fa riscoprire l’anima delle cose. Leggere significa trovare le parole giuste, quelle perfette per esprimere ciò a cui non riuscivi a dare forma. Trovare una descrizione a ciò che tu facevi fatica a riassumere. Nei libri le parole di altri risuonano come un’eco dentro di noi, perché c’erano già. E’ la conoscenza di cui parlava Platone, quella che già ci appartiene, che è dentro di noi. Non importa se il lettore è giovane o vecchio, se vive in una metropoli o in un villaggio sperduto nelle campagne. Così come è indifferente se l’argomento di cui sta leggendo riguarda un’epoca passata, il tempo presente o un futuro immaginario; il tempo è relativo, e ogni epoca ha la sua modernità. E poi leggere è bello, punto. Io a volte dopo aver letto un libro mi sento sazio, appagato, soddisfatto e provo un piacere fisico.

mercoledì 24 marzo 2010

Dodici racconti raminghi - Gabriel Garcia Marquez

Alle nove del mattino, mentre facevamo colazione sulla terrazza dell’Habana Riviera, un tremendo colpo di mare in pieno sole sollevò in aria diverse automobili che passavano lungo il viale sul molo, o che erano parcheggiate sul marciapiede.

La signora Prudencia Linero, che non conosceva la natura volubile degli italiani, pensò che il male non stava nel cuore degli altri ma nel suo, perché era lei l’unica che andava tra la folla che tornava.

domenica 21 marzo 2010

Più lontana della luna - Paola Mastrocola /3

Non è che non volessi raccontare niente di me. E’ che di colpo mi sembrò di non avere niente da raccontare: niente di raccontabile. Glauco no, i gin fizz in discoteca no, l’Ape con l’ombrello faceva ridere, Micale, i voli, le magie neanche a provarci, non avrebbero capito. Tutte cose irraccontabili. Che brutto avere una vita che non si può raccontare, è come non averla.

Non avevo fatto il trovatore, questo no. E a Antonietta avrei dovuto dirlo: se uno rivede un vecchio amico lo deve dire se nella vita ha fallito. Però, al fondo di tutta la catena, avevo trovato le cave. Era un fallimento? Non era quel che cercavo, ma forse non sapevo di cercarlo.

Ci sono cose che non pensi che esistano, come fai a cercarle? Per questo stavo ferma. Ma ci speravo ancora, segretamente, ci speravo in un angolino riposto di me, che io stessa non sapevo dove fosse, ma sapevo che esisteva. Quando ti ho incontrato, ero certa che fossi tu. Non era te che cercavo, ma ti avevo trovato. Si può trovare una cosa che non si cerca?

venerdì 19 marzo 2010

Più lontana della luna - Paola Mastrocola /2

Parlammo per un’ora almeno, fitto fitto. Io le raccontai tutto di me, credo proprio tutto, senza saltare una virgola. Incredibile come si riesca a concentrare la vita in un’ora, se prendi un caffè con la persona giusta. Mi venivano le parole una dietro l’altra, ero sciolta come le zampe di una gazzella, davanti a quella persona che avevo appena conosciuto.

Sembrava una che non pensa di avere un futuro, cioè non pensa di doverci pensare perché tanto sa che il futuro ci pensa lui ad arrivare e a essere quel che deve essere.

Era quello il più vero e profondo amore da lontano: amare un uomo che non sia il tuo. Questo ti mette di colpo a lato, diventi marginale. Ma non nel senso che sei meno importante. Anzi. E’ solo che stai su una strada parallela, libera e deserta. Nell’altra, nella strada maestra diciamo così, ci stanno tutti gli altri ed è un gran viavai caotico di gente, macchine, bici, carri e autobus. Nelle stradine laterali invece: nessuno! Come per miracolo un posto vuoto e silenzioso dove andare a un’altra velocità, come ti pare, anche fermarti se vuoi, tanto nessuno ti tallona, ti chiede niente, ti invade la vita. Nessuno!

mercoledì 17 marzo 2010

Più lontana della luna - Paola Mastrocola /1

Credo che fossi – come dire? – impermeabile. Come le piume di un’anatra, che l’acqua ci passa sopra e lei indenne, sempre asciutta. Non so se pensavo ad altro mentre quelle migliaia di telegiornali mi passavano davanti negli anni, e che cos’era, quell’altro a cui pensavo; o se invece non avevo pensieri, neanche l’ombra, ero completamente vuota, sospesa tra un cucchiaio e l’altro di minestra. […] La verità è che con i telegiornali mi annoiavo a morte. Mi annoiavano le loro parole: erano troppe, e sempre uguali, sembravano formule. E non mi piaceva quel loro modo di parlare, sempre truci, mai un sorriso, una battuta, sempre come se si trattasse di salvare il mondo. Il mondo non aveva nessun bisogno, secondo me, di essere salvato né di essere lasciato com’era. Ci pensava lui a cosa fare. Era andato avanti fino adesso per conto suo, e così avrebbe continuato. L’importante era che noi ci vivessimo dentro meglio che potevamo, facendo ognuno quel che ci veniva meglio fare, questo sì. A voi piace fare politica, vi viene bene? Perfetto, fatela. Ad altri piacerà di più leggere poesie, o andare a cavallo. Bene, che leggano poesie e vadano a cavallo. Ognuno ha i suoi sogni, le sue passioni, e non è detto che alcune siano meglio di altre, chi lo dice? Perché?

Era un bel problema irrisolvibile, quello dei giornali. Come una giostra: se non si ferma mai, come fanno le persone a salirci? Se uno vuole cominciare a leggere i giornali, come fa se ogni volta dovrebbe già aver letto i giornali precedenti per capirci qualcosa? Mi ci sarebbe voluto un giornale-riassunto delle puntate precedenti, come facevano la domenica sera in tivù, a ogni puntata della Cittadella o del Fantasma del Louvre.

sabato 13 marzo 2010

Narciso e Boccadoro - Hermann Hesse /2

Ma certo si può pensare senza rappresentazioni! Il pensiero non ha proprio nulla a che fare con le rappresentazioni. Esso non si compie in immagini, ma in concetti e in forme. Proprio là dove cessano le immagini comincia la filosofia. Questo era appunto l’oggetto delle nostre dispute frequenti, quando eravamo giovani: per te il mondo consisteva d’immagini, per me di concetti. Ti dissi sempre che non eri fatto per diventare un pensatore, ma aggiunsi anche che questa non era una deficienza, che in compenso tu eri un dominatore nel campo delle immagini. Se allora invece di lanciarti nel mondo tu fossi diventato un pensatore, avresti potuto provocare qualche guaio. Saresti cioè diventato un mistico. I mistici sono per dirla in breve e un po’ grossolanamente, quei pensatori che non sanno staccarsi dalle rappresentazioni, quindi non sono per nulla pensatori. Sono artisti segreti: poeti senza versi, pittori senza pennello, musicisti senza note. Ci sono fra loro spiriti nobili e altamente dotati, ma sono tutti, senza eccezione, degli uomini infelici. Tu avresti potuto diventare uno di questi. Invece, grazie a Dio, sei diventato un artista, padrone del mondo delle immagini, dove puoi essere creatore e signore, mentre come pensatore saresti rimasto ad un grado d’insufficienza.

“Il nostro pensare è un continuo astrarre, un prescindere dal mondo sensibile, un tentativo di costruzione d’un mondo puramente spirituale. Tu invece cogli nel cuore ciò che vi è di più instabile e mortale e riveli il senso del mondo proprio in quello ch’è transitorio. Tu non prescindi da questo, ti dai tutto ad esso, e per questa tua dedizione esso diventa ciò che vi è di più alto: il simbolo dell’eterno. Noi pensatori cerchiamo di avvicinarci a Dio staccando il mondo da lui. Tu ti avvicini a lui amando e ricreando la sua creazione. Sono entrambe opere umane e inadeguate, ma l’arte è più innocente.”“Non so, Narciso. Voi pensatori e teologi però mi pare riusciate meglio a spuntarla con la vita, a difendervi dalla disperazione. Io non t’invidio più da un pezzo, amico mio, per la tua scienza, ma t’invidio per la tua tranquillità, per la tua equanimità, per la tua pace.”

mercoledì 10 marzo 2010

Narciso e Boccadoro - Hermann Hesse /1

Le nature come la tua, dotate di sensi forti e delicati, gli ispirati, i sognatori, i poeti, gli amanti sono quasi sempre superiori a noi uomini di pensiero. La vostra origine è materna. Voi vivete nella pienezza, a voi è data la forza dell’amore e della esperienza viva. Noi spirituali, che pur sembriamo spesso guidarvi e dirigervi, non viviamo nella pienezza, viviamo nell’aridità. A voi appartiene la ricchezza della vita, a voi il succo dei frutti, a voi il giardino dell’amore, il bel paese dell’arte. La vostra patria è la terra, la nostra è l’idea. Il vostro pericolo è di affogare nel mondo dei sensi, il nostro è di asfissiare nel vuoto. Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto. A me splende il sole, a te la luna e le stelle, i tuoi sogni sono di fanciulle, i miei di ragazzi...

La semplicità fanciullesca della vita girovaga, la sua origine materna, il suo staccarsi dalla legge e dallo spirito, il suo abbandonarsi al destino, la vicinanza segreta e costante della morte, avevano preso da un pezzo l’anima di Boccadoro, imprimendole il loro marchio profondo. Ma in lui albergavano anche lo spirito e la volontà, egli era un artista, e ciò rendeva la sua vita più ricca e più difficile. Solo la scissione e il contrasto rendono ricca e fiorente una vita. Che sarebbero la ragione e la temperanza senza la conoscenza dell’ebbrezza, che sarebbe il piacere dei sensi, se dietro di esso non stesse la morte, e che sarebbe l’amore senza l’eterna mortale ostilità dei sessi?

Anche Boccadoro aveva un buon carattere. […] quando era colto dalla tristezza o dalle sue fantasticherie, taceva ostinatamente e neppure guardava l’altro, come se non esistesse; allora non si poteva chiacchierare, né interrogare, né consolare: bisognava lasciarlo fare e tacere.

Su questo si son già rotti la testa tutti i saggi e tutti i santi. Non c’è una felicità che duri a lungo.

lunedì 8 marzo 2010

La solitudine dei numeri primi - Paolo Giordano

Sentirsi speciali è la peggiore delle gabbie che uno possa costruirsi.

Mattia pensò che rimaneva solo questo, che tutto l’affetto dei genitori si risolve in piccole premure, nelle stesse preoccupazioni che i suoi elencavano al telefono ogni mercoledì: il mangiare, il caldo e il freddo, la stanchezza, a volte i soldi. Tutto il resto giaceva come sommerso a profondità irraggiungibili, in una massa cementificata di discorsi e di ricordi da correggere, che sarebbero rimasti tali.

La gente si prendeva quello che voleva, si aggrappava alle coincidenze, quelle poche, e ci tirava su un’esistenza.

Ormai l’aveva imparato. Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante.

giovedì 4 marzo 2010

Ero dietro di te - Nicolas Fargues

“Non trovi che sia sconcertante che io e te viviamo esattamente le stesse cose papà?” Sai cosa mi ha risposto? Mi ha ha risposto: “E’ questa l’educazione”. Non male, eh?

Penso che sono troppo sensibile. Penso che sono troppo orgoglioso. Penso che l’orgoglio e la sensibilità hanno fatto di me uno stronzo.

martedì 2 marzo 2010

I Berlinesi - Sven Regener /2

Ma la cosa che stupiva Frank più di ogni altra era quanta poca attenzione attirassero: la gente in giro per strada, e in quel freddo mercoledì notte ce n’era sorprendentemente parecchia, passava accanto a bizzeffe senza badare più di tanto a loro, e in qualche modo la cosa gli piacque, forse qui succede spesso.

“Freddie non è come te” disse Karl a Martin. “Forse, ancora una volta, Freddie è un po’ più avanti di noi”. “Si, questo è possibile. Ma a che serve, essere sempre un po’ più avanti degli altri? Cioè, se uno è in anticipo, in qualche modo non è neanche in orario”.

“Allora vado”.
“Sì. Saluta tutti”.
“Tutti chi?”.
“Non ne ho idea”.

“Sì, certo, qui in birreria ci vanno sempre tutti da soli, siamo a Berlino, non è mica il Freimarkt di Brema, bello”.

“Che senso ha bere qualcosa prima di andare in birreria?”
“Lascia che ti dica una cosa” disse Karl riemergendo con due bottiglie di Beck’s “e che ti valga per la vita: bevi sempre finché puoi. Non si sa mai: dopo può sempre mettersi di traverso qualcosa”.

sabato 27 febbraio 2010

I Berlinesi - Sven Regener /1

“Hai qualche dritta su come ci si deve regolare? Cioè, a Berlino e via dicendo. Bisogna regolarsi in qualche modo, quando si vive qua?”
“Naa. E’ il bello di qui: non puoi fare niente di sbagliato. Non frega un cazzo a nessuno”.

A me il cibo greco dà sempre speranza. Che razza di sbobba è mai questa, eppure che successo mondiale, cioè, questi se ne stanno in giro in tutto il mondo e preparano queste porcate e la gente le mangia veramente, è fantastico!

Sebbene qui in qualche modo non sembri un problema, è evidente che qui nessuno conosce nessuno.

Frank non riusciva a spiegarsi la faccenda, e d’altra parte alla fine neanche gli importava: se si divertiva si divertiva, non bisognava sempre e per forza spiegarsi tutto, a volte bisogna saper prendere le cose come vengono.

“Stop!” gridò H.R. “Non un’altra parola. Tutti nel mio ufficio!”
“Perché” disse Erwin.
“Perché voglio registrarlo”.
“Registrare cosa”.
“La vostra conversazione. E’ fantastica!”.
“Io ti prendo a calci nel culo!” disse Erwin.
“Fantastico” disse H.R. “Ti amo, Erwin”.

“Che cosa succede a uno che si è ubriacato e dorme? Te lo dico io, Chrissie: quello lì dorme perché è ubriaco. E uno così lo si lascia dormire, finché a un certo punto si sveglia tutto da solo con il mal di testa e una gran sete. E’ del tutto normale, ci sono dietro delle leggi di natura, Chrissie, contro cui non si può fare niente”.

mercoledì 24 febbraio 2010

Tristano - Thomas Mann /2

Sì, ci sono stato una volta. Un paio d’ore, una sera. Mi ricordo di una vecchia via, stretta, sopra i cui tetti c’era una luna come fuori luogo, strana. Poi sono stato in un’osteria dove c’era puzza di vino e di muffa...

Accade non di rado che un ceppo familiare di tradizioni pratiche, borghesi, aride, verso la fine della sua vicenda si redima ancora una volta attraverso l’arte.

Uno scrittore è un uomo a cui lo scrivere riesce più difficile che non a qualsiasi altro uomo.

Il mondo è gremito di quello che io chiamo il ‘tipo inconsapevole’; e io non li sopporto, tutti questi tipi inconsapevoli! Non sopporto tutto questo vivere e agire opaco, inconsapevole e non illuminato dalla conoscenza, questo mondo fatto di una straziante ingenuità, intorno a me! Sono spinto, con una dolorosa ineluttabilità, a illustrare ogni essere che mi stia intorno, a pronunciarlo e a portarlo al livello della coscienza – nella misura in cui mi bastano le forze, - senza preoccuparmi se ciò possa esercitare un effetto propulsivo oppure inibitorio, se porti consolazione e sollievo o invece aggiunga dolore.

lunedì 22 febbraio 2010

Tristano - Thomas Mann /1

Ora, ci sono periodi in cui io non posso fare a meno dello stile impero, periodi in cui per raggiungere un modesto grado di benessere, mi è assolutamente indispensabile.

Il fatto è che mi alzo presto perché in fondo mi piace dormire. […] Un uomo mattiniero, mi pare, non ha alcun bisogno di alzarsi così presto. La coscienza, signora... è una brutta faccenda la coscienza! Io e i miei pari ce la trasciniamo in giro per tutta la vita e siamo costretti a darci un gran da fare per ingannarla, ogni tanto, e darle qualche piccola, astuta soddisfazione. Siamo esseri inutili, io e i miei pari e, salvo poche ore fortunate, ci arrovelliamo, malati, nella consapevolezza della nostra inutilità. Odiamo l’utile, sappiamo che è volgare e brutto e difendiamo questa verità, come si difendono soltanto quelle verità di cui si ha un assoluto bisogno. E tuttavia siamo torturati dalla cattiva coscienza a un punto tale che in noi non c’è più la minima zona sana. A ciò si aggiunge che tutto il mondo della nostra esistenza interiore, la nostra visione del mondo, la nostra maniera di lavorare... hanno effetti spaventosamente malsani, imprevedibili, logoranti, e anche questo peggiora la situazione. Non si può fare a meno di ricorrere a piccoli palliativi, senza i quali non si riuscirebbe a resistere. Così, una certa sobrietà e una certa igienica severità nei modi di vivere sono per alcuni di noi, per esempio, un’esigenza. Alzarsi presto, spaventosamente presto, un bagno freddo e poi una passeggiata fuori, sulla neve... Questo fa sì che forse, almeno per un’oretta, siamo contenti di noi stessi. Se io mi lasciassi andare ad essere quello che sono, rimarrei a letto fino a pomeriggio inoltrato, mi creda. Se mi alzo presto, in fondo è soltanto ipocrisia.

sabato 20 febbraio 2010

Senza nome - Amélie Nothomb

Ovviamente, non avevo portato niente da mangiare: ero troppo innamorato per pensarci. E poi di solito la fame mi piace, quel ricco vuoto dell’essere tutto intero che lascia intravedere possibilità di godimento sconosciute alle pance piene.

Non sapere dove stessi andando non mi impediva di andarvi.

Uno dei mali di quest’epoca è che non si può più domandare alla gente cosa fa. Questa domanda un tempo innocente suscita oggi un disagio troppo profondo. La disoccupazione è una delle cause. Io lo trovo un peccato. Se qualcuno mi dicesse molto semplicemente che nella vita non fa niente, avrei per lui parecchia ammirazione. E’ fantastico non fare niente. Pochissima gente ne è capace.

giovedì 18 febbraio 2010

Boy A - Jonathan Trigell

In effetti non è brutto Chris, è solo che si liscia i capelli neri in avanti con così tanto gel che sembra di plastica, come un omino del lego.

La natura aborre il vuoto.

L’alcool è una dannazione, degna di Dante. Più bevi, più vuoi bere, e alla fine rimani comunque disidratato. E’ una tortura più efficace che spingere un masso in cima a una montagna.

Non si tratta di fare una scelta, qui. E’ rinunciare a scegliere. Ci sono volte che non hai voglia di prendere decisioni. Niente, nada, nulla, nothing, zip, zero. Si rende conto che non sono i vuoti. I vuoti vanno bene. I contenuti causano i problemi. Sono le otturazioni che creano i buchi.

martedì 16 febbraio 2010

Mille splendidi soli - Khaled Hosseini /3

Il nome del nostro watan è ora Emirato Islamico dell’Afghanistan. Queste sono le leggi che noi applicheremo e alle quali siete tenuti a obbedire.
Tutti i cittadini devono pregare cinque volte al giorno. Se durante l’ora della preghiera verrete sorpresi in altre attività, sarete bastonati.
Tutti gli uomini devono portare la barba. La lunghezza prescritta è di almeno un palmo sotto il mento. Se non vi conformerete a questa disposizione, sarete bastonati.
Tutti i ragazzi devono portare il turbante. Gli scolari delle scuole elementari porteranno il turbante nero, quelli delle scuole superiori bianco. Tutti gli studenti devono indossare abiti islamici. Le camicie devono essere abbottonate sino al collo.
E’ proibito cantare.
E’ proibito danzare.
E’ proibito giocare a carte, giocare a scacchi, giocare d’azzardo e far volare gli aquiloni.
E’ proibito scrivere libri, guardare film e dipingere.
Se tenete in casa dei parrocchetti, sarete bastonati e i vostri uccelli verranno uccisi.
Se rubate, vi sarà tagliata la mano al polso. Se tornate a rubare vi sarà tagliato il piede.
Se non siete musulmani, non dovete praticare la vostra religione in luoghi dove potete essere visti da musulmani.
Se disubbidite, sarete bastonati e imprigionati. Se verrete sorpresi a convertire un musulmano alla vostra fede sarete giustiziati.
Donne, attenzione:
Dovete stare dentro casa a qualsiasi ora del giorno.
Non è decoroso per una donna vagare oziosamente per le strade. Se uscite, dovete essere accompagnate da un
mahram, un parente di sesso maschile. La donna che verrà sorpresa da sola per la strada sarà bastonata e rispedita a casa.
Non dovete mostrare il volto in nessuna circostanza.
Quando uscite, dovete indossare il burqa. Altrimenti verrete duramente percosse.
Sono proibiti i cosmetici.
Sono proibiti i gioielli.
Non dovete indossare abiti attraenti.
Non dovete parlare se non per rispondere.
Non dovete guardare negli occhi gli uomini.
Non dovete ridere in pubblico. In caso contrario verrete bastonate.
Non dovete dipingere le unghie. In caso contrario vi sarà tagliato un dito.
Alle ragazze è proibito frequentare la scuola. Tutte le scuole femminili saranno immediatamente chiuse. Se aprirete una scuola femminile sarete bastonati e la vostra scuola verrà chiusa.
Alle donne è proibito lavorare.
Se vi renderete colpevoli di adulterio, verrete lapidate.
Ascoltate. Ascoltate con attenzione. Obbedite.
Allah-u-akbar.

sabato 13 febbraio 2010

Mille splendidi soli - Khaled Hosseini /2

Ma erano le donne ad attirare maggiormente l’attenzione di Mariam. Le donne di questo distretto di Kabul appartenevano a una specie diversa da quelle dei quartieri poveri – come Deh-Mazang, dove abitava Rashid e dove tante donne erano interamente coperte. Queste donne erano... che parola aveva usato Rashid? “Moderne.” Sì, donne afghane moderne, maritate a uomini afghani moderni che non facevano caso se le loro mogli camminavano in mezzo a estranei con il viso truccato e senza il velo sulla testa. Mariam le guardava muoversi disinvolte per la strada, a volte accompagnate da un uomo, a volte sole, a volte con bambini dalle guance rosee che indossavano scarpe lucide e orologi da polso con il cinturino di pelle, e cavalcavano biciclette dal manubrio alto e raggi color oro – a differenza dei bambini di Deh-Mazang, che avevano le guance butterate dai morsi dei pappataci e facevano correre vecchie ruote di bicicletta con un bastone.Queste donne erano tutte un dondolare di borsette e un fruscio di sottane. Mariam ne scorse una che fumava al volante di una macchina. Avevano le unghie lunghe, dipinte di rosa o di arancio, e le labbra rosse come tulipani. Camminavano svelte su tacchi alti, con l’aria di essere incessantemente pressate da impegni urgenti. Portavano occhiali da sole e, quando la sfioravano passandole accanto leggere e veloci, Mariam coglieva un refolo del loro profumo. Immaginava che tutte fossero laureate, che lavorassero in ufficio, ciascuna dietro la propria scrivania, dove battevano a macchina, fumavano e facevano telefonate importanti a persone importanti. Queste donne la mandavano in confusione. Le facevano toccare con mano il suo modesto livello, il suo aspetto insignificante, la sua mancanza di aspirazioni, la sua ignoranza del mondo.

giovedì 11 febbraio 2010

Mille splendidi soli - Khaled Hosseini /1

A quel tempo, Mariam non aveva afferrato. Non conosceva il significato della parola harami, bastardo. E non era abbastanza grande per rendersi conto dell’ingiustizia, per capire che la colpa era di chi aveva messo al mondo l’harami, non dell’harami stesso, il cui solo peccato era di essere nato.

[…] Herat […] un tempo era stata la culla della cultura persiana, la patria di scrittori, di pittori e di sufi. “In questa città non si poteva stendere una gamba senza dare una pedata in culo a un poeta” le aveva detto ridendo.

Quel giorno Hasina dispensava consigli su come respingere i corteggiatori indesiderati.
“Un metodo a prova di imbecille, dal funzionamento garantito. Ti do la mia parola. […] Fagioli. Non meno di quattro scatole. La sera in cui la lucertola sdentata viene a chiedere la vostra mano. Ma la tempestività, signore, la tempestività è tutto. Dovete conservare i fuochi d’artificio per l’ora del tè.”
“Me ne ricorderò” disse Laila.
“Anche lui se ne ricorderà, sta’ tranquilla.”

I cinesi dicono che è meglio stare senza cibo per tre giorni che senza tè per un giorno.

“Parli da figlia arrogante di un professore universitario amante della poesia, quale sei. Sei proprio una ragazza di città.”

Fu anche l’estate del Titanic, l’estate in cui Mariam e Aziza, in un groviglio di braccia e di gambe, si rotolavano per terra ridendo come matte. Aziza voleva recitare lei la parte di Jack. […]
“Jack e tu sei Rose!” […]
“Va bene, tu sei Jack” diceva rassegnata. “Tu muori giovane, mentre io vivrò sino a tarda età.”
“Si, ma io muoio da eroe,” diceva Aziza “mentre tu, Rose, passerai tutta la tua infelice vita a rimpiangermi.”

Forse, capire quando non si può più cambiare nulla è la giusta punizione per chi è stato spietato.

martedì 9 febbraio 2010

Tess dei d'Urberville - Thomas Hardy /3

Nella scala sociale la loro posizione era forse la più fortunata di tutte, stando al di sopra di quella linea dove ha fine l’indigenza e al di sotto di quella dove le convenances soffocano gli slanci naturali, e la fatica per comportarsi con logoro conformismo crea un senso di perenne insoddisfazione.

La grandezza di una vita non è dovuta a sistemazioni esterne, ma all’esperienza soggettiva. Un contadino emotivo conduce una vita più piena, con orizzonti più ampi, più ricca di drammaticità di quella di un pachidermico re.

Era più brillante che ardente, più vicino a uno Shelley che a un Byron, poteva amare disperatamente, ma di un amore fantasioso, spirituale, una complicata emozione che poteva gelosamente proteggere l’amata dal suo vero io.

Penso meglio della gente quando ne sono lontano.

Mentalmente era rimasta in una condizione di estrema staticità, una condizione che quei lavori meccanici favorivano piuttosto che impedire.

Poteva sopportare che la propria storia fosse nota a ogni persona della fattoria purchè questa rimanesse isolata nelle menti di ognuno. Era lo scambio di idee intorno a lei che feriva la sua sensibilità.

Era per natura la più impertinente e caustica delle quattro ragazze.

“Estranei? … ma lo siamo davvero?”

domenica 7 febbraio 2010

Tess dei d'Urberville - Thomas Hardy /2

Spese anni e anni in studi senza metodo, tentativi e meditazioni; e cominciò a provare una notevole indifferenza verso tutte le regole e le forme sociali, prese a disprezzare sempre più le distinzioni di rango e di ricchezza.

Nei primi tempi trascorreva lassù tutta la giornata, a leggere un mucchio di testi e a strimpellare su una vecchia arpa acquistata a un’asta, dicendo, quando si sentiva di cattivo umore, che avrebbe sempre potuto guadagnarsi il pane per le strade con quella, un giorno o l’altro.

Più si è acuti, più si è in grado di trovare uomini originali. Le persone ordinarie non vedono alcuna differenza tra un uomo e l’altro.

Inaspettatamente cominciò a godere della vita all’aperto per se stessa, e per ciò che recava, indipendentemente dal rapporto con la progettata carriera. Riflettendo sulla sua condizione, si sentì meravigliosamente libero dalla cronica malinconia che prende le razze civilizzate, al declinare della fiducia in una Potenza benefica. Per la prima volta, negli ultimi anni, poté leggere secondo l’ispirazione del momento, senza dover riempire la mente di nozioni utili per una professione.

sabato 6 febbraio 2010

Tess dei d'Urberville - Thomas Hardy/1

Potremmo chiederci se all’acme e alla sommità del progresso umano questi anacronismi saranno modificati da un’intuizione migliore, da un più stretto rapporto reciproco nell’ingranaggio sociale, che non ci scuota in ogni direzione, come ora: ma non si può predire un simile ideale, forse nemmeno concepirlo come possibile. Così, anche nel caso attuale, come in milioni di altri, le due parti di un perfetto insieme non si sono incontrate al momento perfetto: la controparte assente, vagando indipendente per la terra, aspetta in crassa ottusità un tempo che giungerà sempre troppo tardi.

“Attraverso l’esperienza” dice Roger Ascham, “troviamo una via breve, dopo un lungo errare.” Non di rado questo lungo errare ci rende incapaci di sostenere un ulteriore viaggio. E allora di che utilità è la nostra esperienza?

Era diventata quel che si dice una creatura affascinante; l’aspetto era attraente, e richiamava l’attenzione: l’anima era quella di una donna che non si era lasciata deprimere dalle esperienze turbinose attraverso le quali era passata negli ultimi anni. Se non fosse stato per il giudizio della società, quelle esperienze avrebbero potuto costituire semplicemente una educazione liberale.

mercoledì 3 febbraio 2010

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery /2

Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani... In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.

Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell’altro guardiamo solo noi stessi, che siamo soli nel deserto, potremmo impazzire.

Questa è una cosa che ammiro in Marguerite: sul fronte concettuale o logico non è proprio un fulmine, ma ha un’incredibile capacità di rispondere per le rime. E’ un dono. Io sono intellettualmente superdotata, Marguerite invece è l’asso della battuta pronta. Mi piacerebbe moltissimo essere come lei, io trovo sempre la risposta giusta cinque minuti dopo e poi mi rifaccio il dialogo da sola.

lunedì 1 febbraio 2010

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery /1

Se l’esistenza è assurda, una brillante riuscita non vale più di un fallimento. E’ solo più piacevole. Anzi, nemmeno: credo che essere coscienti renda il successo amaro, mentre la mediocrità spera sempre in qualcosa.

Tolti l’amore, l’amicizia e la bellezza dell’Arte, non c’è molto altro di cui la vita umana si possa nutrire.

E’ sempre molto sconcertante scoprire che quello che credevamo il segno distintivo della nostra originalità è invece un habitus sociale dominante.

Si, l’universo tende segretamente alla vacuità, le anime perdute rimpiangono la bellezza, l’insensatezza si accerchia. Allora beviamo una tazza di tè.

E’ dimostrato che nel go per vincere bisogna vivere, ma anche lasciare vivere l’avversario, e questo è uno degli aspetti più riusciti. Chi è troppo avido perde la partita: è un sottile gioco di equilibri in cui bisogna essere in vantaggio senza schiacciare l’altro. In fin dei conti, la vita e la morte sono solo conseguenze della solidità o meno di una costruzione. Lo dice uno dei personaggi di Taniguchi: vivi, muori, sono solo conseguenze.

sabato 30 gennaio 2010

L'entrata di Cristo a Bruxelles - Amélie Nothomb

Nemico della diversificazione, decise di concentrarsi sull’utensile della propria redenzione: l’ombrello. Hong Kong era ancora abbastanza britannica perché l’oggetto fosse indispensabile. Il gentiluomo inglese non usciva mai senza quell’accessorio. Certo, se fosse piovuto, non sarebbe mai stato così volgare da aprirlo, ma il parapioggia dimostrava che quell’atteggiamento era una scelta. Hong Kong era abbastanza cinese perché la gente vi si comportasse in maniera intelligente: loro, l’ombrello lo aprivano. Città perfetta per lo sviluppo di quell’articolo: all’epoca era la sola enclave terrestre in cui fosse allo stesso tempo utile e chic – l’ossimoro dell’ombrello.

In aereo, si chiese perché Parigi gli apparisse così desiderabile. Gli tornò in mente la frase di Colette: “Parigi è l’unica città al mondo in cui non si ha bisogno di essere felici.” Sì, doveva essere per quello.

giovedì 28 gennaio 2010

La contessa di ricotta - Milena Angus

Sai dire soltanto banalità. Io non berrò niente di caldo e non mangerò più. Voglio morire. Sapete dire soltanto banalità.

Lei vorrebbe entrare con della terra buona, e innaffiare e piantare delle talee. Questa idea entusiasma la contessa, un giardino che il vicino vedrebbe fiorire miracolosamente […]

“E se io improvvisamente vi servissi un dolce di ricotta meraviglioso, tutto bianco e decorato? E se io suonassi con un violino le danze ungheresi? E se cantassi un’intera opera lirica con voce melodiosa? E se guidassi un aereo?”“Allora dovremmo chiamare l’esorcista!”

Si sente colpevole di quello che pensava o magari sperava, ma non si può condannare qualcuno per quello che pensa o spera.

martedì 26 gennaio 2010

Cuore di tenebra - Jospeh Conrad

Sarebbe interessante per la scienza osservare sul posto i cambiamenti mentali degli individui. Sentivo che anch’io stavo diventando scientificamente interessante.

Se ne stava lì davanti a me, entusiasta, favoloso, nel suo abito variopinto, con l’aria di essere scappato da una compagnia di mimi. Persino la sua esistenza era improbabile, inspiegabile, sconcertante. Era un problema insolubile. Era assurdo che esistesse, che fosse riuscito ad arrivare così lontano, che ce l’avesse fatta a rimanerci. “Mi spinsi un po’ oltre,” disse, “poi ancora un po’ oltre – e alla fine mi trovai così lontano che non so più come farò a tornare indietro. Ma non importa. C’è tutto il tempo. Io posso cavarmela”.Il fascino della giovinezza avvolgeva i suoi cenci multicolori, la sua miseria, la sua solitudine, la desolazione profonda dei suoi futili vagabondaggi. Per mesi – per anni – la sua vita non era valsa il salario di una giornata, e tuttavia era lì, coraggiosamente, spensieratamente vivo, indistruttibile, in apparenza, grazie ai suoi pochi anni e alla sua audacia irriflessiva. Mi attirava a lui un sentimento simile all’ammirazione – all’invidia. Il fascino lo spronava, il fascino lo manteneva illeso. Aveva solo bisogno di esistere e di andare oltre, correndo i massimi rischi possibili e subendo il massimo delle privazioni. Se mai lo spirito di avventura, assolutamente puro, non contaminato da calcoli o da finalità pratiche, ha dominato un essere umano, esso dominava questo giovane pieno di toppe.

lunedì 25 gennaio 2010

La vita davanti a sé - Romain Gary /2

Una cosa che mi è sempre sembrata strana è che le lacrime sono state previste nel programma. Vuol dire che era previsto che noi piangessimo. Bisognava pensarci. Un costruttore che si rispetti non avrebbe mai fatto una cosa simile.

In una persona i pezzi più importanti sono il cuore e la testa ed è per questi che bisogna pagarla più cara. Se si ferma il cuore, non si può continuare come prima e se la testa si stacca del tutto e non gira più bene, la persona perde i suoi attributi e non gode più della vita. Io penso che per vivere bisogna mettercisi molto presto perché dopo si perdono tutte le forze e regali non te ne fa nessuno.

Ma io non ci tengo tanto a essere felice, preferisco ancora la vita. La felicità è una bella schifezza e una carogna e bisognerebbe insegnarle a vivere. Non vi parlerò della felicità perché non voglio fare una crisi di violenza, ma il signor Hamil dice che io ho delle disposizioni per l’inesprimibile. Lui dice che bisogna cercare nell’inesprimibile e che ci si trova tutto.

“Perché piangi?”
“Non piango mica.”
“E queste cosa sono? Non sono lacrime?”
“No. Non so mica da dove vengono”.

Non volevo proprio più esserci. Ho chiuso gli occhi ma ci vuol altro ed ero sempre lì, quando uno vive è una cosa automatica.

giovedì 21 gennaio 2010

La vita davanti a sé - Romain Gary /1

Essi hanno detto: “Sei diventato pazzo per Colui che ami”.
Io ho detto: “La vita ha sapore solo per i pazzi”.
Yafi’i, Raudh al rayahin

Prima non si ha memoria e si vive nell’ignoranza. La mia ignoranza è finita verso i tre o quattro anni e certe volte ne sento la mancanza.

Ve lo dico io, quel birbante non era di questo mondo, aveva già quattro anni ed era ancora contento.

Non mi è mai piaciuto dare dispiaceri alla gente, sono filosofo.

Madame Rosa mi aveva detto che quando si sogna molto si cresce più in fretta.

“Capisci?”
“No, ma fa lo stesso, ci sono abituato.”
“Mi ci vado a nascondere quando ho paura.”
“Paura di cosa, Madame Rosa?”
“Non c’è bisogno di motivi per avere paura, Momò”. Questa non me la sono mai dimenticata, perché è la cosa più vera che ho mai sentito dire.

Non so proprio che cosa potesse sognare di solito Madame Rosa. Non riesco a capire a cosa serva sognare il passato e, alla sua età, il futuro non lo poteva più sognare.

lunedì 18 gennaio 2010

Il cacciatore di aquiloni - Khaled Hosseini

“Se me lo chiedessi lo farei” disse fissandomi. Abbassai lo sguardo. Ancora oggi ho difficoltà a guardare negli occhi persone come Hassan, che pensano veramente quello che dicono.

Le persone che dicono solo quello che pensano veramente credono che tutti facciano come loro.

Esiste solo ciò che fai e ciò che non fai.

Ci sono storie che non hanno bisogno di essere raccontate.

Amir, questo non sei tu. Tu sei uno senza palle. Sei fatto così. In fondo su questo non hai mai mentito a te stesso. Non c’è niente di male a essere vigliacchi, basta usare prudenza. Ma quando un vigliacco si dimentica di esserlo... che Dio lo aiuti.

Sulla manica sinistra una macchia di sangue secco. Trovai che ci fosse qualcosa di morbosamente affascinante nel fatto che non si fosse cambiato dopo l’esecuzione del mattino.

In te vedeva se stesso. E’ la sua colpa. E’ troppo presto perché tu possa accettare che quando tuo padre era duro con te, in realtà voleva essere duro con se stesso. Tuo padre, come te, era un’anima tormentata.

I bambini vincono il terrore addormentandosi.

sabato 16 gennaio 2010

Kafka sulla spiaggia - Murakami Haruki /2

Poesia e simbolismo sono sempre stati inseparabili. Come i pirati e il rum.

Il puro presente è il processo impercettibile in cui il passato avanza divorando il futuro. A dire il vero, ogni percezione è già ricordo.

Se in una storia compare una pistola, è necessario che spari.

Sai che non puoi andartene di qui. Non sei libero. Ma in fondo, vorresti veramente esserlo?

Può darsi che avere in mano il simbolo della propria libertà dia una felicità superiore a quella di possedere la libertà vera.

Hoshino si ricordò della sua infanzia, di quando andava tutti i giorni a pescare al fiume, non lontano da casa sua. A quei tempi non avevo bisogno di preoccuparmi di nulla, pensò. Mi accontentavo di vivere senza tanti perché. Essere vivo mi bastava a essere qualcosa. Era naturale. Ma poi, non so esattamente quando, ho smesso di essere così. Vivere non mi bastava più a essere qualcosa. Certo che è assurdo... Gli uomini nascono per vivere, no?

Per lui l’arte e la giusta espressione delle passioni erano le cose più sublimi al mondo, e semmai erano il potere e la ricchezza a doversi inchinare a esse.

In testa aveva solo se stesso e la sua musica. A questo, avrebbe sacrificato qualsiasi altra cosa. Una persona così, ad averla vicino, doveva essere insopportabile. […] però Beethoven ha vissuto in un periodo in cui si dava molta importanza all’espressione del proprio io. […] Libertà ed espressione individuale divennero sinonimi. L’arte, e in particolare la musica, furono le prime a essere raggiunte dall’onda di questo sconvolgimento. I musicisti che vennero fuori sulla scia di Beethoven – Berlioz, Wagner, Liszt, Schumann – condussero tutti, ognuno a suo modo, esistenze eccentriche e sregolate. In quell’epoca – stiamo parlando del romanticismo – l’eccentricità era un ideale a cui ispirarsi.

giovedì 14 gennaio 2010

Kafka sulla spiaggia - Murakami Haruki /1

Gli incontri casuali sono importanti per la vita di ognuno.

Sono libero, mi dico. Chiudo gli occhi e per un po’ penso a questa mia nuova libertà. Ma non riesco a capire bene che cosa significhi il fatto che sono libero. Quello che capisco adesso è semplicemente che sono solo. Solo e in un paese che non conosco. Come un esploratore solitario che ha perso bussola e mappa. E’ questo che significa essere liberi? Non lo so, e allora rinuncio a pensarci.

E’ tutto un problema di capacità di immaginazione. Yeats ha scritto: In dreams begin responsibilities. E’ perfettamente vero. Rivoltando la frase, si può dire che dove non esiste la forza dell’immaginazione, non possono nascere delle responsabilità.

La felicità è sempre uguale, ma l’infelicità può avere infinite variazioni, come ha detto anche Tolstoj. La felicità è una fiaba, l’infelicità un romanzo.

La ristrettezza di vedute, la rigidità di chi è privo di immaginazione ha una natura simile a quella dei parassiti. Si trasferiscono da un organismo all’altro, mutano di forma e continuano a vivere e a proliferare. Sono casi senza speranza.

Quello che adesso ti affligge è un tema ricorrente nella tragedia greca. L’uomo che non sceglie il proprio destino, ma ne è scelto. Si può dire che sia la concezione alla base della tragedia greca. Però la dimensione tragica – almeno secondo Aristotele – non nasceva dai difetti del protagonista bensì, paradossalmente, dalle sue virtù. L’uomo non è trascinato nella tragedia dalle sue pecche, ma dalle sue qualità. E’ da ciò che inevitabilmente scaturisce l’ironia.Però l’ironia rende l’uomo più profondo, e più grande. E si apre così la via a una salvezza, di dimensione più elevata, dove si può trovare una speranza universale.

martedì 12 gennaio 2010

Una famiglia particolare - Alexandre Jardin

Perché i membri della mia famiglia furono tutti dei cercatori di assoluto? Quale cromosoma impazzito ci spinge di continuo ad abolire i limiti umani, a dilatare i nostri sogni? A quarant’anni mi piacerebbe talvolta purgarmi del mio sangue per riposarmi il cuore, e riempirmi infine di un siero stagnante. Ah, amare a fuoco lento, cancellare ogni speranza radiosa, essere destrorso o veramente mancino! Ma tutta la mia giovinezza mi riporta a tale esigenza da demente...

All’infuori dell’amore e della scrittura, tutto o quasi le sembrava vano o futile.

La vita del corpo dell’Archibugio costituiva la metà della sua esistenza. Naturalmente l’altra metà erano i suoi sogni, le sue letture nebbiose, il mondo delle parole. Gli avvenimenti che non fossero quelli della sua interiorità la lasciavano fredda. L’attualità, che trovava globalmente piatta, la faceva sbadigliare.

Questa normalità nell’anormalità all’improvviso mi spaventa e mi appare come la più grande violenza che abbiamo subito; poiché non c’è niente di più inquietante per un bambino che fargli credere che l’assoluto non conformismo sia un ordine, che la gelosia sia un sentimento bizzarro e che ciò che sente come strano sia naturale. Le sue percezioni ne risultano immediatamente screditate. “Come ne siamo usciti?” mi chiede sommessamente mio fratello. “Con la creazione... E se fosse splendido?” “Cosa?” “Tutto ciò... questa libertà.” A un tratto mi metto ad ammirare quel disordine che mi ha tanto inquietato, quella licenza gioiosa che ci ha nel contempo violentati e plasmati. Certo, Frédéric ne esce contuso, ma come lo ha reso singolare e forte il dolore. C’è in lui un malessere incoercibile che si fissa soltanto su pensieri particolari e grandi. La sua natura è quella di una burrasca. Le sue crisi di malinconia sono illuminazioni a ritroso, le sue angosce esplosioni di grisù dal fulgore che mi affascina. Non vive, si dimena. Adesso che ha deciso di spezzare quel simulacro d’identità, di disintossicarsi dai ghiribizzi di Pascal, eccolo più autentico e più Sautet che mai.

L’ordine sociale non è altro che una pantomima, un teatro pericoloso, e la posizione di ciascuno è solo una faccenda di assegnazione delle parti.

domenica 10 gennaio 2010

La città della gioia - Dominique Lapierre

“Daddah, devi avere molta fretta.”
“Perché dici così?”
“Perché hai un orologio.”

Nella nostra vita non s’incontrano mai esseri liberi. La gente ha sempre qualche problema. […] Solo un bambino è una creatura senza tensioni. Non assume pose, non cerca di recitare una parte, non cambia in funzione degli avvenimenti, è limpido.

venerdì 8 gennaio 2010

Il ritratto di Dorian Grey - Oscar Wilde

Quando una persona mi piace moltissimo non ne dico mai il nome a nessuno: è come rinunciare a una parte di lei. Ho imparato ad amare il segreto: mi sembra l’unica cosa che può rendere misteriosa – o splendida – la vita moderna. La cosa più banale diventa deliziosa se solamente la si nasconde.

“Non esistono buone influenze, signor Gray. Ogni influenza è immorale – dal punto di vista scientifico. Perché influenzare qualcuno significa dargli la propria anima. Costui non ha più pensieri che gli siano naturali, e brucia di passioni che non gli appartengono. Le sue virtù non sono reali: i suoi peccati, ammesso che i peccati esistano, sono presi a prestito. Diventa un’eco della musica di qualcun altro, l’attore di una parte non scritta per lui. Lo scopo della vita è lo sviluppo del proprio io: realizzare perfettamente la propria natura è il motivo per cui siamo qui.”

E la Bellezza è una forma di Genialità – anzi, è più alta del genio perché non ha bisogno di spiegazioni.

Lord Henry continuò a giocare con quell’idea, ostinatamente: la scagliò in aria, la trasfigurò, la lasciò fuggire per poi riprenderla; usò la fantasia per darle colore, il paradosso per farla librare in alto. Man mano che parlava l’elogio della dissennatezza divenne pensiero.

Non tengo in alcun conto cosa dice la gente comune e non giudico mai cosa fanno le persone che mi piacciono. Se una personalità mi affascina, qualsiasi forma di espressione essa scelga è incantevole.

Accade tuttavia qualche volta che una bella tragedia traversi la nostra vita, e se questa bellezza è reale, l’episodio risveglia in noi il senso dell’effetto drammatico. D’improvviso scopriamo di non essere più gli attori, ma gli spettatori di un dramma. O meglio, siamo l’uno e l’altro. Osserviamo noi stessi, e la semplice meraviglia dello spettacolo ci soggioga. In questo caso, cosa è accaduto realmente? Qualcuno si è ucciso per amor tuo. Vorrei aver avuto questa esperienza: mi avrebbe fatto innamorare dell’amore per il resto dei miei giorni. Le persone che mi hanno adorato - non ce ne sono state molte, ma qualcuna sì – si sono sempre ostinate a sopravvivere, molto dopo che avevo smesso di amarle, o loro di amare me. Sono diventate grasse e noiose, e quando le incontro attaccano subito coi ricordi. Che cosa tremenda, la memoria delle donne! Terribile! E che enorme ristagno intellettuale rivela! Bisognerebbe saper assorbire i colori della vita senza mai ricordarne i dettagli. I dettagli sono sempre volgari.

Come sono felice che tu non abbia mai creato niente, scolpito una statua, dipinto una quadro, o prodotto nulla al di fuori di te stesso! La vita è stata la tua arte. Hai fatto del tuo essere una musica – i tuoi giorni sono stati i tuoi sonetti.

mercoledì 6 gennaio 2010

La sonata a Kreutzer - Lev Tolstoj

Vissi come tutti gli altri, cioè nel modo più disordinato e, come tutti gli altri del nostro ambiente, ero persuaso che così si doveva vivere. Mi sembrava d’essere una brava persona, perfettamente morale.

Caddi perché tale era l’ambiente in cui vivevo: gli uni consideravano legittima la caduta e a tutto vantaggio della salute; gli altri come uno svago che non solo non aveva di per sé nulla di vergognoso, ma perfino innocente, non immorale per un giovane.

Parlavan di musica, di Parigi, di vani argomenti di ogni specie.

E in generale sempre la musica è una cosa terribile. Ma che cos’è? Non riesco a capire. Che cos’è la musica? Che effetto produce? E perché desta quell’impressione che desta? Voglio dire che ingentilisce lo spirito. Sciocchezze, non è vero! Un certo effetto potrà anche farlo, ma non è vero che ingentilisce. Non è vero per niente. Se mai potrà eccitare. Che debbo dirvi? La musica m’obbliga sì a dimenticarmi, a non vedere la mia vera condizione, mi distrae sì da quello ch’io sono, facendosi credere ch’io sia un altro; sotto il suo influsso mi sembra di provar sentimenti che ordinariamente non provo, di pensare quello che di pensare non sono solito, che pensare assolutamente non posso. Mi sono reso persuaso che la musica agisce a modo dello sbadiglio o del riso; non ho voglia di dormire, ma sbadiglio se vedo un altro sbadigliare; non ho motivo di ridere, ma rido anch’io se sento che altri lo fanno.

Di notte viaggiare era ancor più piacevole che di giorno. C’era una luna giovane, qua e là lievi croste di gelo, e la strada era ancora molto buona, e buoni i cavalli, e allegro il vetturino.

...e io non volevo far ridere, volevo essere tremendo.

E subito mi risposi che bisognava andare, perché, probabilmente, sempre così costuma di fare: quando un marito ha ammazzato la moglie assolutamente è tenuto ad andare a trovarla.

lunedì 4 gennaio 2010

Metafisica dei tubi - Amélie Nothomb /2

Consideravo mio fratello la peggiore delle calamità. L’unica ambizione della sua esistenza sembrava quella di perseguitarmi: ci provava talmente tanto gusto da considerarla una cosa fine a se stessa. Per lui era stata una bella giornata solo quando mi aveva fatto arrabbiare per ore. Pare che tutti i fratelli maggiori siano così: forse bisognerebbe sterminarli.

“Io non posso andarmene! Devo vivere qua! E’ il mio paese! E’ la mia casa!”“Non è il tuo paese!”“E’ il mio paese! Se me ne vado muoio!”

Proprio così: stavo già morendo. Avevo appena scoperto l’orribile notizia che ogni essere umano scopre un giorno o l’altro: quello che ami, tu lo perderai. “Quanto ti è stato dato, ti verrà ripreso”: è così che formulerai il disastro che sarebbe diventato il ritornello della mia infanzia, della mia adolescenza e di tutte le successive peripezie. “Quanto ti è stato dato, ti verrà ripreso”.

Alla lista infinita dei quesiti umani senza risposta bisogna aggiungere questo: cosa passa per la testa dei genitori ben intenzionati quando, non contenti di farsi delle stranissime idee sui figli, prendono delle iniziative al posto loro? Si chiede di solito alle persone che cosa volevano diventare quando erano piccoli. Nel mio caso è più interessante rivolgere la domanda ai miei genitori: la sequenza delle loro risposte dà un’idea precisa di quello che non ho mai voluto diventare.

Mi capita di pensare che l’unica nostra specificità individuale risieda in questo: dimmi cosa ti disgusta e ti dirò chi sei. Le nostre personalità non servono a niente, le nostre inclinazioni sono una più banale dell’altra. Sono le nostre repulsioni che ci dicono chi siamo veramente.

domenica 3 gennaio 2010

Metafisica dei tubi - Amélie Nothomb /1

Gli occhi degli esseri viventi possiedono la più straordinaria delle proprietà: lo sguardo. Nulla è più eccezionale dello sguardo. Quando parliamo delle orecchie delle creature non diciamo che hanno un ‘ascoltardo’, oppure, delle loro narici, che hanno un ‘sentardo’ o un ‘annusardo’. Cos’è lo sguardo? E’ qualcosa di inesprimibile. Nessuna parola esprime, neanche lontanamente, la sua strana essenza. Eppure lo sguardo esiste. Poche sono le realtà che hanno un tale livello di esistenza.

Il tempo è un’invenzione del movimento. Chi non si muove non si accorge del tempo che passa.

Lo sguardo è una scelta. Chi guarda decide di soffermarsi su una determinata cosa e di escludere dunque dall’attenzione il resto del proprio campo visivo. In questo senso lo sguardo, che è l’essenza della vita, è prima di tutto un rifiuto. Vivere vuol dire rifiutare. Chi accetta ogni cosa non è più vivo dell’orifizio di un lavandino.

Da troppo tempo esiste un’immensa setta di imbecilli che oppongono sensualità e intelligenza. E’ un circolo vizioso: si privano della voluttà per esaltare le proprie capacità intellettuali, ottenendo come unico risultato quello di esserne impoveriti. Diventano sempre più stupidi, il che li conferma nella convinzione di essere brillanti – e sì, perché non c’è niente di meglio della stupidità per credersi intelligenti.Il diletto rende umili e colmi di ammirazione nei confronti di ciò che l’ha reso possibile; il piacere sveglia lo spirito spingendolo alla virtuosità e alla profondità. E’ una magia talmente potente che, in mancanza di voluttà vera e propria, la sola idea è già sufficiente. Dal momento che esiste questa nozione, l’essere può ritenersi salvo. E la trionfante frigidità, invece, è condannata alla celebrazione del suo proprio niente.Nei salotti si incontrano persone che si vantano, a voce alta e convinta, di essersi private per venticinque anni di questa o quella delizia. Si incontrano anche grandissimi idioti che si gloriano di non ascoltare mai musica, di non aprire mai un libro o di non andare mai al cinema. Ci sono anche quelli che sperano di suscitare ammirazione per la loro assoluta castità. Dopotutto è giusto che se ne vantino: non avranno altre soddisfazioni nella vita.