lunedì 28 giugno 2010

La morte a Venezia - Thomas Mann /3

“Giacché la bellezza, considera Fedro, la bellezza soltanto è divina e visibile a un tempo, e perciò essa è la via del sensibile, mio piccolo Fedro, è la via dell’artista verso lo spirito. Ma tu, mio caro, credi che giungerà alla saggezza e alla vera dignità virile colui che si incammina verso lo spirito per la strada dei sensi? O credi piuttosto che questa sia una strada tortuosa e peccaminosa che conduce necessariamente allo smarrimento? Poiché devi sapere che noi poeti non possiamo percorrere il cammino della bellezza senza che Eros ci accompagni e diventi la nostra guida; se anche a modo nostro possiamo essere eroi e disciplinati combattenti, siamo tuttavia come le donne, perché la passione è il nostro modo di innalzarci, e amore deve rimanere il nostro anelito – questo è il nostro piacere e la nostra vergogna. Vedi, adesso, che noi poeti non possiamo essere saggi né dignitosi? che dobbiamo necessariamente smarrirci, necessariamente essere dissoluti avventurieri del sentimento? La nostra maestria dello stile è menzogna e follia, la nostra gloria e il nostro orrore, farsa, la fiducia che il pubblico ha in noi è altamente ridicola, l’educazione del popolo e della gioventù per mezzo dell’arte è un’impresa rischiosa, che bisogna proibire. Infatti, come può essere educatore colui che per istinto innato e naturale è attratto verso l’abisso? Noi vorremmo rinnegare l’abisso e conquistare la dignità, ma per quanto ci sforziamo, l’abisso ci attira. Così noi rinunciamo alla conoscenza che dissolve, perché la conoscenza, Fedro, non ha dignità né rigore, la conoscenza sa, comprende, perdona, è senza carattere e senza forma; ha simpatia per l’abisso, anzi è l’abisso. Noi, dunque, la respingiamo risolutamente e quindi la nostra aspirazione resta unicamente la bellezza, vale a dire la semplicità, la grandezza e la nuova severità, una seconda spontaneità, la forma. Ma la spontaneità e la forma, o Fedro, portano all’ebbrezza e alla concupiscenza, possono trascinare un animo nobile a orridi sacrilegi del sentimento, che la sua stessa bella severità dichiara infami, anch’esse conducono all’abisso. Conducono all’abisso proprio noi poeti, perché noi non siamo capaci di elevazione, siamo capaci solo di dissolutezza.”

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