domenica 28 marzo 2010

Il tempo che vorrei - Fabio Volo /2

“Conosci B. B. King e Muddy Waters?”
“Sì.”
“Sono bravi per te?”
“Numeri uno.”
“Beh, non sanno leggere uno spartito. Non hanno idea di come si legga la musica. Come diceva Bernbach: le regole sono quelle che l’artista spezza; nulla di memorabile è mai uscito da una formula. E poi la grandezza nella vita sta nel cercare di esserlo...”
“Cosa?”
“Grandi! Questo fa la differenza.”

E poi ricordati che tutti criticano l’ego, ma sono pronti ad applaudire chi si è distinto grazie a quello.

Ero pienamente d’accordo con le parole di Camus: “Girando sempre su se stessi, vedendo e facendo sempre le stesse cose, si perde l’abitudine e la possibilità di esercitare la propria intelligenza e lentamente tutto si chiude, si indurisce, si atrofizza come un muscolo.”

E’ serena, forse perché non ha mai avuto grandi ambizioni nella vita, quindi è rimasta meno delusa.

La walk of shame, cioè la camminata della vergogna, è quando una ragazza dopo una serata finisce a casa di uno, ci va a letto e dorme lì. Il mattino dopo, prima di andare al lavoro, deve passare da casa per cambiarsi e si ritrova a camminare con tacchi alti e abito da sera tra gente vestita da ufficio. Magari prende un tram o entra in un bar per un caffè e si capisce subito che viene da una lunga notte. Gli americani la chiamano walk of shame perché, anche se non è vero, ti senti addosso gli sguardi degli altri, come a dire: “Abbiamo capito che hai scopato tutta la notte, che hai fatto tardi e sei rimasta da lui”.

venerdì 26 marzo 2010

Il tempo che vorrei - Fabio Volo /1

Per imparare ad amarlo ho dovuto fare il giro del mondo. E più mi allontanavo da lui, più in realtà mi stavo avvicinando. Il mondo è tondo.

Rubare è un po’ alla base di qualsiasi lavoro creativo. Si ruba da film, da canzoni, da conversazioni sentite mentre si è in coda al supermercato o su un treno. Come vampiri, i creativi succhiano il sangue da qualsiasi forma di vita. Sentono per caso una parola, una frase o un concetto e, come una lampadina che si accende, si accorgono che era proprio quello che stavano cercando. E non pensano che stanno rubando, pensano che sia semplicemente lì per loro. Per questo le parole di Jim Jarmusch sono la Bibbia per un creativo: “Il punto non è da dove prendete le cose, il punto è dove le portate”.

Non voglio insistere, però sappi che leggere mette in moto tutto dentro di te: fantasia, emozioni, sentimenti. E’ un’apertura dei sensi verso il mondo, è un vedere e riconoscere cose che ti appartengono e che rischiano di non essere viste. Ci fa riscoprire l’anima delle cose. Leggere significa trovare le parole giuste, quelle perfette per esprimere ciò a cui non riuscivi a dare forma. Trovare una descrizione a ciò che tu facevi fatica a riassumere. Nei libri le parole di altri risuonano come un’eco dentro di noi, perché c’erano già. E’ la conoscenza di cui parlava Platone, quella che già ci appartiene, che è dentro di noi. Non importa se il lettore è giovane o vecchio, se vive in una metropoli o in un villaggio sperduto nelle campagne. Così come è indifferente se l’argomento di cui sta leggendo riguarda un’epoca passata, il tempo presente o un futuro immaginario; il tempo è relativo, e ogni epoca ha la sua modernità. E poi leggere è bello, punto. Io a volte dopo aver letto un libro mi sento sazio, appagato, soddisfatto e provo un piacere fisico.

mercoledì 24 marzo 2010

Dodici racconti raminghi - Gabriel Garcia Marquez

Alle nove del mattino, mentre facevamo colazione sulla terrazza dell’Habana Riviera, un tremendo colpo di mare in pieno sole sollevò in aria diverse automobili che passavano lungo il viale sul molo, o che erano parcheggiate sul marciapiede.

La signora Prudencia Linero, che non conosceva la natura volubile degli italiani, pensò che il male non stava nel cuore degli altri ma nel suo, perché era lei l’unica che andava tra la folla che tornava.

domenica 21 marzo 2010

Più lontana della luna - Paola Mastrocola /3

Non è che non volessi raccontare niente di me. E’ che di colpo mi sembrò di non avere niente da raccontare: niente di raccontabile. Glauco no, i gin fizz in discoteca no, l’Ape con l’ombrello faceva ridere, Micale, i voli, le magie neanche a provarci, non avrebbero capito. Tutte cose irraccontabili. Che brutto avere una vita che non si può raccontare, è come non averla.

Non avevo fatto il trovatore, questo no. E a Antonietta avrei dovuto dirlo: se uno rivede un vecchio amico lo deve dire se nella vita ha fallito. Però, al fondo di tutta la catena, avevo trovato le cave. Era un fallimento? Non era quel che cercavo, ma forse non sapevo di cercarlo.

Ci sono cose che non pensi che esistano, come fai a cercarle? Per questo stavo ferma. Ma ci speravo ancora, segretamente, ci speravo in un angolino riposto di me, che io stessa non sapevo dove fosse, ma sapevo che esisteva. Quando ti ho incontrato, ero certa che fossi tu. Non era te che cercavo, ma ti avevo trovato. Si può trovare una cosa che non si cerca?

venerdì 19 marzo 2010

Più lontana della luna - Paola Mastrocola /2

Parlammo per un’ora almeno, fitto fitto. Io le raccontai tutto di me, credo proprio tutto, senza saltare una virgola. Incredibile come si riesca a concentrare la vita in un’ora, se prendi un caffè con la persona giusta. Mi venivano le parole una dietro l’altra, ero sciolta come le zampe di una gazzella, davanti a quella persona che avevo appena conosciuto.

Sembrava una che non pensa di avere un futuro, cioè non pensa di doverci pensare perché tanto sa che il futuro ci pensa lui ad arrivare e a essere quel che deve essere.

Era quello il più vero e profondo amore da lontano: amare un uomo che non sia il tuo. Questo ti mette di colpo a lato, diventi marginale. Ma non nel senso che sei meno importante. Anzi. E’ solo che stai su una strada parallela, libera e deserta. Nell’altra, nella strada maestra diciamo così, ci stanno tutti gli altri ed è un gran viavai caotico di gente, macchine, bici, carri e autobus. Nelle stradine laterali invece: nessuno! Come per miracolo un posto vuoto e silenzioso dove andare a un’altra velocità, come ti pare, anche fermarti se vuoi, tanto nessuno ti tallona, ti chiede niente, ti invade la vita. Nessuno!

mercoledì 17 marzo 2010

Più lontana della luna - Paola Mastrocola /1

Credo che fossi – come dire? – impermeabile. Come le piume di un’anatra, che l’acqua ci passa sopra e lei indenne, sempre asciutta. Non so se pensavo ad altro mentre quelle migliaia di telegiornali mi passavano davanti negli anni, e che cos’era, quell’altro a cui pensavo; o se invece non avevo pensieri, neanche l’ombra, ero completamente vuota, sospesa tra un cucchiaio e l’altro di minestra. […] La verità è che con i telegiornali mi annoiavo a morte. Mi annoiavano le loro parole: erano troppe, e sempre uguali, sembravano formule. E non mi piaceva quel loro modo di parlare, sempre truci, mai un sorriso, una battuta, sempre come se si trattasse di salvare il mondo. Il mondo non aveva nessun bisogno, secondo me, di essere salvato né di essere lasciato com’era. Ci pensava lui a cosa fare. Era andato avanti fino adesso per conto suo, e così avrebbe continuato. L’importante era che noi ci vivessimo dentro meglio che potevamo, facendo ognuno quel che ci veniva meglio fare, questo sì. A voi piace fare politica, vi viene bene? Perfetto, fatela. Ad altri piacerà di più leggere poesie, o andare a cavallo. Bene, che leggano poesie e vadano a cavallo. Ognuno ha i suoi sogni, le sue passioni, e non è detto che alcune siano meglio di altre, chi lo dice? Perché?

Era un bel problema irrisolvibile, quello dei giornali. Come una giostra: se non si ferma mai, come fanno le persone a salirci? Se uno vuole cominciare a leggere i giornali, come fa se ogni volta dovrebbe già aver letto i giornali precedenti per capirci qualcosa? Mi ci sarebbe voluto un giornale-riassunto delle puntate precedenti, come facevano la domenica sera in tivù, a ogni puntata della Cittadella o del Fantasma del Louvre.

sabato 13 marzo 2010

Narciso e Boccadoro - Hermann Hesse /2

Ma certo si può pensare senza rappresentazioni! Il pensiero non ha proprio nulla a che fare con le rappresentazioni. Esso non si compie in immagini, ma in concetti e in forme. Proprio là dove cessano le immagini comincia la filosofia. Questo era appunto l’oggetto delle nostre dispute frequenti, quando eravamo giovani: per te il mondo consisteva d’immagini, per me di concetti. Ti dissi sempre che non eri fatto per diventare un pensatore, ma aggiunsi anche che questa non era una deficienza, che in compenso tu eri un dominatore nel campo delle immagini. Se allora invece di lanciarti nel mondo tu fossi diventato un pensatore, avresti potuto provocare qualche guaio. Saresti cioè diventato un mistico. I mistici sono per dirla in breve e un po’ grossolanamente, quei pensatori che non sanno staccarsi dalle rappresentazioni, quindi non sono per nulla pensatori. Sono artisti segreti: poeti senza versi, pittori senza pennello, musicisti senza note. Ci sono fra loro spiriti nobili e altamente dotati, ma sono tutti, senza eccezione, degli uomini infelici. Tu avresti potuto diventare uno di questi. Invece, grazie a Dio, sei diventato un artista, padrone del mondo delle immagini, dove puoi essere creatore e signore, mentre come pensatore saresti rimasto ad un grado d’insufficienza.

“Il nostro pensare è un continuo astrarre, un prescindere dal mondo sensibile, un tentativo di costruzione d’un mondo puramente spirituale. Tu invece cogli nel cuore ciò che vi è di più instabile e mortale e riveli il senso del mondo proprio in quello ch’è transitorio. Tu non prescindi da questo, ti dai tutto ad esso, e per questa tua dedizione esso diventa ciò che vi è di più alto: il simbolo dell’eterno. Noi pensatori cerchiamo di avvicinarci a Dio staccando il mondo da lui. Tu ti avvicini a lui amando e ricreando la sua creazione. Sono entrambe opere umane e inadeguate, ma l’arte è più innocente.”“Non so, Narciso. Voi pensatori e teologi però mi pare riusciate meglio a spuntarla con la vita, a difendervi dalla disperazione. Io non t’invidio più da un pezzo, amico mio, per la tua scienza, ma t’invidio per la tua tranquillità, per la tua equanimità, per la tua pace.”

mercoledì 10 marzo 2010

Narciso e Boccadoro - Hermann Hesse /1

Le nature come la tua, dotate di sensi forti e delicati, gli ispirati, i sognatori, i poeti, gli amanti sono quasi sempre superiori a noi uomini di pensiero. La vostra origine è materna. Voi vivete nella pienezza, a voi è data la forza dell’amore e della esperienza viva. Noi spirituali, che pur sembriamo spesso guidarvi e dirigervi, non viviamo nella pienezza, viviamo nell’aridità. A voi appartiene la ricchezza della vita, a voi il succo dei frutti, a voi il giardino dell’amore, il bel paese dell’arte. La vostra patria è la terra, la nostra è l’idea. Il vostro pericolo è di affogare nel mondo dei sensi, il nostro è di asfissiare nel vuoto. Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto. A me splende il sole, a te la luna e le stelle, i tuoi sogni sono di fanciulle, i miei di ragazzi...

La semplicità fanciullesca della vita girovaga, la sua origine materna, il suo staccarsi dalla legge e dallo spirito, il suo abbandonarsi al destino, la vicinanza segreta e costante della morte, avevano preso da un pezzo l’anima di Boccadoro, imprimendole il loro marchio profondo. Ma in lui albergavano anche lo spirito e la volontà, egli era un artista, e ciò rendeva la sua vita più ricca e più difficile. Solo la scissione e il contrasto rendono ricca e fiorente una vita. Che sarebbero la ragione e la temperanza senza la conoscenza dell’ebbrezza, che sarebbe il piacere dei sensi, se dietro di esso non stesse la morte, e che sarebbe l’amore senza l’eterna mortale ostilità dei sessi?

Anche Boccadoro aveva un buon carattere. […] quando era colto dalla tristezza o dalle sue fantasticherie, taceva ostinatamente e neppure guardava l’altro, come se non esistesse; allora non si poteva chiacchierare, né interrogare, né consolare: bisognava lasciarlo fare e tacere.

Su questo si son già rotti la testa tutti i saggi e tutti i santi. Non c’è una felicità che duri a lungo.

lunedì 8 marzo 2010

La solitudine dei numeri primi - Paolo Giordano

Sentirsi speciali è la peggiore delle gabbie che uno possa costruirsi.

Mattia pensò che rimaneva solo questo, che tutto l’affetto dei genitori si risolve in piccole premure, nelle stesse preoccupazioni che i suoi elencavano al telefono ogni mercoledì: il mangiare, il caldo e il freddo, la stanchezza, a volte i soldi. Tutto il resto giaceva come sommerso a profondità irraggiungibili, in una massa cementificata di discorsi e di ricordi da correggere, che sarebbero rimasti tali.

La gente si prendeva quello che voleva, si aggrappava alle coincidenze, quelle poche, e ci tirava su un’esistenza.

Ormai l’aveva imparato. Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante.

giovedì 4 marzo 2010

Ero dietro di te - Nicolas Fargues

“Non trovi che sia sconcertante che io e te viviamo esattamente le stesse cose papà?” Sai cosa mi ha risposto? Mi ha ha risposto: “E’ questa l’educazione”. Non male, eh?

Penso che sono troppo sensibile. Penso che sono troppo orgoglioso. Penso che l’orgoglio e la sensibilità hanno fatto di me uno stronzo.

martedì 2 marzo 2010

I Berlinesi - Sven Regener /2

Ma la cosa che stupiva Frank più di ogni altra era quanta poca attenzione attirassero: la gente in giro per strada, e in quel freddo mercoledì notte ce n’era sorprendentemente parecchia, passava accanto a bizzeffe senza badare più di tanto a loro, e in qualche modo la cosa gli piacque, forse qui succede spesso.

“Freddie non è come te” disse Karl a Martin. “Forse, ancora una volta, Freddie è un po’ più avanti di noi”. “Si, questo è possibile. Ma a che serve, essere sempre un po’ più avanti degli altri? Cioè, se uno è in anticipo, in qualche modo non è neanche in orario”.

“Allora vado”.
“Sì. Saluta tutti”.
“Tutti chi?”.
“Non ne ho idea”.

“Sì, certo, qui in birreria ci vanno sempre tutti da soli, siamo a Berlino, non è mica il Freimarkt di Brema, bello”.

“Che senso ha bere qualcosa prima di andare in birreria?”
“Lascia che ti dica una cosa” disse Karl riemergendo con due bottiglie di Beck’s “e che ti valga per la vita: bevi sempre finché puoi. Non si sa mai: dopo può sempre mettersi di traverso qualcosa”.