“Conosci B. B. King e Muddy Waters?”
“Sì.”
“Sono bravi per te?”
“Numeri uno.”
“Beh, non sanno leggere uno spartito. Non hanno idea di come si legga la musica. Come diceva Bernbach: le regole sono quelle che l’artista spezza; nulla di memorabile è mai uscito da una formula. E poi la grandezza nella vita sta nel cercare di esserlo...”
“Cosa?”
“Grandi! Questo fa la differenza.”
E poi ricordati che tutti criticano l’ego, ma sono pronti ad applaudire chi si è distinto grazie a quello.
Ero pienamente d’accordo con le parole di Camus: “Girando sempre su se stessi, vedendo e facendo sempre le stesse cose, si perde l’abitudine e la possibilità di esercitare la propria intelligenza e lentamente tutto si chiude, si indurisce, si atrofizza come un muscolo.”
E’ serena, forse perché non ha mai avuto grandi ambizioni nella vita, quindi è rimasta meno delusa.
La walk of shame, cioè la camminata della vergogna, è quando una ragazza dopo una serata finisce a casa di uno, ci va a letto e dorme lì. Il mattino dopo, prima di andare al lavoro, deve passare da casa per cambiarsi e si ritrova a camminare con tacchi alti e abito da sera tra gente vestita da ufficio. Magari prende un tram o entra in un bar per un caffè e si capisce subito che viene da una lunga notte. Gli americani la chiamano walk of shame perché, anche se non è vero, ti senti addosso gli sguardi degli altri, come a dire: “Abbiamo capito che hai scopato tutta la notte, che hai fatto tardi e sei rimasta da lui”.
domenica 28 marzo 2010
Il tempo che vorrei - Fabio Volo /2
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