Ogni suono ha la sua giustificazione. Ogni suono fa qualcosa per qualcuno.
Un party esiste come istantaneo accadere. E’ forma d’onda, non si può riprodurre né comprendere da fuori.
A quei tempi c’era una certa chiarezza: integrarsi o morire.
La club culture contemporanea è delineata: riciclo di ex spazi industriali, musica e droga di natura sintetica, un edonismo così estremo da confinare nel nichelismo. E al tempo stesso una fede fervente. Fin dai tempi della disco il club è rito, congregazione, spirito di comunione. Quasi, il luogo dell’ultima celebrazione possibile.
Ora siamo nell’era solista. Del ballo sempre più destrutturato, indipendente, quasi autistico.
Lo spazio, a Berlino, fa uno strano effetto. Sembra seguire leggi sue. Come in un’immensa opera concettuale, c’è qualcosa di dilatato , misterioso e imprendibile. Forse per gli spazi imponenti, o la commistione continua di pieno e vuoto, o quella sensazione di scoprire mondi nei mondi: quando la città si apre verso est, diventa una specie di geografia fantastica. Si può sparire in un portone per sbucare in enormi aree dismesse. Berlino Est offre una quantità di spazio. Quando ci si chiede perché la techno tedesca sia diventata tanto influente, e perché la musica nazionale più famosa all’estero sia quella elettronica, bisogna considerare la capitale tedesca nei primi anni postmuro: una città cassa acustica, chilometri cubi pronti a rimbombare, un far east del desiderio dove piantare, con una libertà senza precedenti, la bandiera dei rave e dei locali underground.
martedì 13 aprile 2010
Last Love Parade - Marco Mancassola /1
Etichette:
berlino,
club,
last love parade,
letteratura italiana,
marco mancassola,
musica
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)


Nessun commento:
Posta un commento