Cogliere quell’estrema frazione di secondo che gli restava e dividerla in infinitesimi istanti di durata. Niente che avesse sperimentato in quarant’anni di vita, neanche tutti i momenti di gioia messi insieme, poteva pur di lontano paragonarsi al sensuale piacere che ora provava nel centellinare le schegge ed i frammenti dispersi e sparpagliati dall’esplosione di quella frazione di secondo. Ma quando ebbe finito di sminuzzare l’estremo attimo di tempo in infinitesime particole e si ritrovò come affogato in un vasto ed impalpabile reticolo di durata, ebbe l’inquietante rivelazione d’aver perduto la capacità di ricordare. S’era come cancellato: aveva fatto il vuoto dentro di sé.
Aveva un sentimento di libertà cui prima, da interprete, aveva dovuto rinunciare. Ah, che bello esser liberi dalla propria parte, liberi dalla propria maschera, tuffarsi nel trantran della vita, diventar polvere...
Ora riceveva ben di meglio, di più esaltante assai che le risate: i sorrisi.
Come il clown, anche noi percorriamo l’intera gamma delle gesticolazioni, sempre simulando, sempre ritardando ogni volta il grande evento. Moriamo lottando per nascere. Noi non fummo mai, mai siamo. Siamo anzi sempre sul punto d’incominciare, sempre al di qua, sempre fuor di portata. Sempre fuori gioco.
domenica 30 maggio 2010
lunedì 24 maggio 2010
Biografia della fame - Amélie Nothomb
- Quando torniamo a casa? – chiedevo spesso a mio padre, intendendo per casa Shukugawa.
- Mai.
Il dizionario mi confermava che quella era una risposta terribile.
Mai era il paese in cui vivevo io. Era un paese senza ritorno. Non lo amavo. Il Giappone era il mio paese, quello d’elezione, ero io che avevo scelto lui, non il contrario. Il mai invece aveva scelto me. Ero cittadina dello Stato del mai.
Per gli abitanti del mai non c’è speranza. Parlano la lingua della nostalgia. La loro moneta è il tempo che passa: sono incapaci di metterne da parte e la loro vita si dilapida in direzione di un abisso che risponde al nome di morte ed è la capitale del loro paese.
I maiani sono grandi creatori di amori, amicizie, scritti e altre costruzioni strazianti che portano già in sé la propria rovina, ma sono incapaci di edificare una casa, una dimora, qualsiasi cosa somigli a un alloggio stabile e abitabile. Eppure, non c’è niente di più desiderabile ai loro occhi di un cumulo di pietre che possa costituire un domicilio. E’ una fatalità a derubarli di quella terra promessa appena credono di possederne la chiave.
I maiani non credono che l’esistenza sia crescita, un accumulo di beltà, saggezza, ricchezza ed esperienza; sanno fin dalla nascita che la vita è diminuzione, dispersione, espropriazione, smembramento. Gli viene dato un trono al solo scopo di farglielo perdere. I maiani sanno dall’età di tre anni quello che la gente di altri paesi arriva a conoscere appena a sessantatré.
Non bisogna dedurne che gli abitanti del mai siano tristi. Al contrario: non esiste popolo più gioioso. Le minime briciole di grazia danno alla testa ai maiani. La loro propensione a ridere, a rallegrarsi, a essere felici e a rimanere abbagliati è senza pari su questo pianeta. Sono così ossessionati dalla morte che hanno per la vita un appetito delirante. Il loro inno nazionale è una marcia funebre, la loro marcia funebre è un inno alla gioia; è una rapsodia così frenetica che la semplice lettura della partitura dà i brividi. E tuttavia, i maiani ne suonano ogni singola nota.
Una sera ebbi una rivelazione. Sprofondata sul divano, leggevo un racconto di Colette intitolato La cire verte. In un certo senso, era una storia dove non accadeva niente: una ragazza sigillava delle lettere. Eppure quel racconto mi catturò, senza che potessi spiegare perché. A un giro di frase che non apportava nessun supplemento di informazione, si produsse un fenomeno incredibile: un brivido mi si propagò lungo la colonna vertebrale, la pelle mi si accapponò e, nonostante una temperatura ambientale di trentotto gradi, mi venne la pelle d’oca.
Stupefatta, rilessi il periodo che aveva provocato la reazione, tentando di scoprirne l’origine. Ma si trattava solo di cera in fusione, della sua consistenza, del suo odore: cioè niente. Allora perché quel turbamento spettacolare?
Finii per capire. La frase era bella: quello che era successo era la bellezza.
Quella scoperta equivaleva per me a una rivoluzione copernicana. La lettura era, insieme all’alcol, l’essenza dei miei giorni: ormai, sarebbe stata la ricerca di quella bellezza insolubile.
- Mai.
Il dizionario mi confermava che quella era una risposta terribile.
Mai era il paese in cui vivevo io. Era un paese senza ritorno. Non lo amavo. Il Giappone era il mio paese, quello d’elezione, ero io che avevo scelto lui, non il contrario. Il mai invece aveva scelto me. Ero cittadina dello Stato del mai.
Per gli abitanti del mai non c’è speranza. Parlano la lingua della nostalgia. La loro moneta è il tempo che passa: sono incapaci di metterne da parte e la loro vita si dilapida in direzione di un abisso che risponde al nome di morte ed è la capitale del loro paese.
I maiani sono grandi creatori di amori, amicizie, scritti e altre costruzioni strazianti che portano già in sé la propria rovina, ma sono incapaci di edificare una casa, una dimora, qualsiasi cosa somigli a un alloggio stabile e abitabile. Eppure, non c’è niente di più desiderabile ai loro occhi di un cumulo di pietre che possa costituire un domicilio. E’ una fatalità a derubarli di quella terra promessa appena credono di possederne la chiave.
I maiani non credono che l’esistenza sia crescita, un accumulo di beltà, saggezza, ricchezza ed esperienza; sanno fin dalla nascita che la vita è diminuzione, dispersione, espropriazione, smembramento. Gli viene dato un trono al solo scopo di farglielo perdere. I maiani sanno dall’età di tre anni quello che la gente di altri paesi arriva a conoscere appena a sessantatré.
Non bisogna dedurne che gli abitanti del mai siano tristi. Al contrario: non esiste popolo più gioioso. Le minime briciole di grazia danno alla testa ai maiani. La loro propensione a ridere, a rallegrarsi, a essere felici e a rimanere abbagliati è senza pari su questo pianeta. Sono così ossessionati dalla morte che hanno per la vita un appetito delirante. Il loro inno nazionale è una marcia funebre, la loro marcia funebre è un inno alla gioia; è una rapsodia così frenetica che la semplice lettura della partitura dà i brividi. E tuttavia, i maiani ne suonano ogni singola nota.
Una sera ebbi una rivelazione. Sprofondata sul divano, leggevo un racconto di Colette intitolato La cire verte. In un certo senso, era una storia dove non accadeva niente: una ragazza sigillava delle lettere. Eppure quel racconto mi catturò, senza che potessi spiegare perché. A un giro di frase che non apportava nessun supplemento di informazione, si produsse un fenomeno incredibile: un brivido mi si propagò lungo la colonna vertebrale, la pelle mi si accapponò e, nonostante una temperatura ambientale di trentotto gradi, mi venne la pelle d’oca.
Stupefatta, rilessi il periodo che aveva provocato la reazione, tentando di scoprirne l’origine. Ma si trattava solo di cera in fusione, della sua consistenza, del suo odore: cioè niente. Allora perché quel turbamento spettacolare?
Finii per capire. La frase era bella: quello che era successo era la bellezza.
Quella scoperta equivaleva per me a una rivoluzione copernicana. La lettura era, insieme all’alcol, l’essenza dei miei giorni: ormai, sarebbe stata la ricerca di quella bellezza insolubile.
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mercoledì 19 maggio 2010
Il guardiano dei sogni - Paolo Maurensig /2
Quale era stato il culmine che, una volta superato, non aveva più permesso loro di tornare indietro?
Tutto sembrava irreale, eppure, non mi sentivo a disagio, anzi, mi stavo abbandonando a uno stato in cui mi aspettavo che tutto potesse accadere.
“Essere vivi, tuttavia, non significa essere svegli.”
“Vuol dire che noi viviamo come sonnambuli?”
“Per gran parte della vita. E la nostra opportunità è quella di tentare di svegliarci. Solo nella veglia perfetta, infatti, possiamo sostenere di essere in grado di scegliere liberamente; altrimenti il nostro destino è quello di essere attratti dalla scelta che più si conforma alla nostra educazione e al nostro temperamento. Non c’è differenza tra il malvivente e l’uomo onesto. Tutti e due, infatti soggiacciono alla propria natura. Non siamo neppure in grado di dare un giudizio morale. Per l’uomo onesto, il male è repellente, il malvivente, invece, ne subisce un’attrazione irresistibile. Molto spesso, però, l’attrazione non è così definita e la scelta si fa più difficile. Che cosa facciamo, infatti, quando non sappiamo deciderci, quando, malgrado tutti i ragionamenti, l’ago della bilancia non si sposta di un millimetro né da una né dall’altra parte? In quel caso ci affidiamo alla sorte, gettiamo in aria una monetina. O forse può succedere che il semplice consiglio distratto di qualcuno determini la nostra scelta e il nostro destino.”
Capii che stavano rappresentando le passioni umane nelle loro infinite varianti, ma allo stesso tempo vi era in ciò che vedevo il senso e il linguaggio di tutte le arti, e per un attimo mi fu chiaro il legame indissolubile tra queste e l’anima umana.
Fu in quel periodo che cominciai a frequentare ambienti a me fino allora sconosciuti, cedendo a quella vita dissoluta che avevo sempre segretamente rimproverato a mio padre. Il bel mondo volteggiava a ritmo di valzer e il frastuono della musica avrebbe coperto persino il rombo dei cannoni.
Tutto sembrava irreale, eppure, non mi sentivo a disagio, anzi, mi stavo abbandonando a uno stato in cui mi aspettavo che tutto potesse accadere.
“Essere vivi, tuttavia, non significa essere svegli.”
“Vuol dire che noi viviamo come sonnambuli?”
“Per gran parte della vita. E la nostra opportunità è quella di tentare di svegliarci. Solo nella veglia perfetta, infatti, possiamo sostenere di essere in grado di scegliere liberamente; altrimenti il nostro destino è quello di essere attratti dalla scelta che più si conforma alla nostra educazione e al nostro temperamento. Non c’è differenza tra il malvivente e l’uomo onesto. Tutti e due, infatti soggiacciono alla propria natura. Non siamo neppure in grado di dare un giudizio morale. Per l’uomo onesto, il male è repellente, il malvivente, invece, ne subisce un’attrazione irresistibile. Molto spesso, però, l’attrazione non è così definita e la scelta si fa più difficile. Che cosa facciamo, infatti, quando non sappiamo deciderci, quando, malgrado tutti i ragionamenti, l’ago della bilancia non si sposta di un millimetro né da una né dall’altra parte? In quel caso ci affidiamo alla sorte, gettiamo in aria una monetina. O forse può succedere che il semplice consiglio distratto di qualcuno determini la nostra scelta e il nostro destino.”
Capii che stavano rappresentando le passioni umane nelle loro infinite varianti, ma allo stesso tempo vi era in ciò che vedevo il senso e il linguaggio di tutte le arti, e per un attimo mi fu chiaro il legame indissolubile tra queste e l’anima umana.
Fu in quel periodo che cominciai a frequentare ambienti a me fino allora sconosciuti, cedendo a quella vita dissoluta che avevo sempre segretamente rimproverato a mio padre. Il bel mondo volteggiava a ritmo di valzer e il frastuono della musica avrebbe coperto persino il rombo dei cannoni.
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domenica 16 maggio 2010
Il guardiano dei sogni - Paolo Maurensig /1
Non esiste comprensione se non in seguito alla personale sperimentazione. C’è chi pensa di poter capire la pittura senza aver mai toccato un pennello. C’è chi parla con competenza della composizione dei colori senza aver mai polverizzato in un mortaio cinabro e ametista. Se non si è mai guardato nella profondità della materia, come si può credere nella sua illusoria proiezione?
Quando si esce da un lungo stato d’incoscienza, quand’anche per poco si è varcata la soglia fatale, passando dall’altra parte, solo a quel punto ci si rende conto di quanto futili possano essere tutte le implicazioni che accompagnano la nostra vita, e allora si cerca di aggrapparsi a qualcosa, a qualsiasi cosa ci dia la speranza che non tutto finisca con la morte, che una parte di noi sopravviva, e per avere una certezza saremmo disposti persino a spogliarci della nostra amata personalità; ecco, saremmo disposti a cedere tutto, ad accogliere ogni condizione, ad abbracciare una nuova fede, un’altra religione, e persino a credere alle parole di uno sconosciuto. Convincetemi, vi prego, che quanto state dicendo non è solo frutto di un vaniloquio. Ditemi che avete la certezza che la nostra coscienza non si oscura in quelle tenebre. Parlatemi, vi prego, di mistici, di santi, di cattedrali, di alchimia, di immortalità, parlatemi ancora di questi temi così cari alla mia giovinezza e che, nel travaglio della vita, ho dapprima dimenticato e infine ripudiato del tutto.
Nella morte noi temiamo la distruzione del nostro corpo e non la perdita della coscienza; se noi temessimo la perdita di quest’ultima, paventeremmo il sonno come la morte stessa. Eppure, tutte le notti gli uomini si abbandonano alla perdita della coscienza, né mai si chiedono dove essa vada durante il sonno.
Le mie convinzioni non erano assolutamente inattaccabili, come pensavo allora, ma erano solo una visione conveniente, seppure parziale, della realtà.
Qui si celebra lo spettacolo dei vivi e dei morti. Qui si celebrano i sette misteri dell’esistenza. Il primo è il nulla, il secondo è la vita, il terzo è la consapevolezza, il quarto è l’amore, il quinto è il sonno, il sesto è la morte, e il settimo, il più grande di tutti, è il dolore.
Quando si esce da un lungo stato d’incoscienza, quand’anche per poco si è varcata la soglia fatale, passando dall’altra parte, solo a quel punto ci si rende conto di quanto futili possano essere tutte le implicazioni che accompagnano la nostra vita, e allora si cerca di aggrapparsi a qualcosa, a qualsiasi cosa ci dia la speranza che non tutto finisca con la morte, che una parte di noi sopravviva, e per avere una certezza saremmo disposti persino a spogliarci della nostra amata personalità; ecco, saremmo disposti a cedere tutto, ad accogliere ogni condizione, ad abbracciare una nuova fede, un’altra religione, e persino a credere alle parole di uno sconosciuto. Convincetemi, vi prego, che quanto state dicendo non è solo frutto di un vaniloquio. Ditemi che avete la certezza che la nostra coscienza non si oscura in quelle tenebre. Parlatemi, vi prego, di mistici, di santi, di cattedrali, di alchimia, di immortalità, parlatemi ancora di questi temi così cari alla mia giovinezza e che, nel travaglio della vita, ho dapprima dimenticato e infine ripudiato del tutto.
Nella morte noi temiamo la distruzione del nostro corpo e non la perdita della coscienza; se noi temessimo la perdita di quest’ultima, paventeremmo il sonno come la morte stessa. Eppure, tutte le notti gli uomini si abbandonano alla perdita della coscienza, né mai si chiedono dove essa vada durante il sonno.
Le mie convinzioni non erano assolutamente inattaccabili, come pensavo allora, ma erano solo una visione conveniente, seppure parziale, della realtà.
Qui si celebra lo spettacolo dei vivi e dei morti. Qui si celebrano i sette misteri dell’esistenza. Il primo è il nulla, il secondo è la vita, il terzo è la consapevolezza, il quarto è l’amore, il quinto è il sonno, il sesto è la morte, e il settimo, il più grande di tutti, è il dolore.
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venerdì 14 maggio 2010
Sotto cieli noncuranti - Benedetta Cibrario
Era come suo padre, pensava allora Linda, aveva dentro qualcosa di selvatico. Bastiancuntrari, gente che va per la sua strada; a prenderli di petto, una fregatura.
Quante volte ho sentito dire la frase “non ho parole”. Riesco perfino a sorridere di queste undici lettere che significano l’esatto contrario di quello che esprimono, l’impossibilità di parlare quando siamo sopraffatti dalla quantità delle cose da dire.
Quasi tutti i ghiacciai sono belli da perderci il cuore. Distese accecanti e compatte in cui possono aprirsi crepacci invisibili.
E’ la seconda volta che mi succede. Ho lasciato che si azzerassero le distanze. Come allora, non ho retto l’impatto con la realtà.
“Penso che è meglio ripetere le cose ai grandi, quando sono importanti.” Ha ragione. Non sai mai se ti ascoltano.
Difficile capire se la fetta più grande sia quella della speranza o della preoccupazione. Quando sono così, i desideri, se ne stanno avvinghiati alle persone, e non si spostano di un millimetro. Possono restare annidati lì per anni, silenziosi e forti come un guerriero Masai.
Quante volte ho sentito dire la frase “non ho parole”. Riesco perfino a sorridere di queste undici lettere che significano l’esatto contrario di quello che esprimono, l’impossibilità di parlare quando siamo sopraffatti dalla quantità delle cose da dire.
Quasi tutti i ghiacciai sono belli da perderci il cuore. Distese accecanti e compatte in cui possono aprirsi crepacci invisibili.
E’ la seconda volta che mi succede. Ho lasciato che si azzerassero le distanze. Come allora, non ho retto l’impatto con la realtà.
“Penso che è meglio ripetere le cose ai grandi, quando sono importanti.” Ha ragione. Non sai mai se ti ascoltano.
Difficile capire se la fetta più grande sia quella della speranza o della preoccupazione. Quando sono così, i desideri, se ne stanno avvinghiati alle persone, e non si spostano di un millimetro. Possono restare annidati lì per anni, silenziosi e forti come un guerriero Masai.
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mercoledì 12 maggio 2010
Vacanze nel coma - Frédéric Beigbeder /2
Vuole dormire ad occhi aperti, per non perdersi nulla.
Avrebbe voluto reggere l’alcool.
Vuole che la sua vita sia un film di Roger Vadim Plemiannikov del 1965.
Vuole che gli si faccia dei complimenti e che poi gli si sparli alle spalle.
Non vuole essere soggetto di conversazione. Vuole essere soggetto di discussione.
Conduciamo tutti delle vite assurde, grottesche e derisorie, ma, dal momento che le conduciamo tutti allo stesso tempo, finiamo per trovarle normali. Bisogna andare a scuola invece che fare sport, poi iscriversi all’università invece che partire per il giro del mondo, poi trovare un lavoro invece di....
Be’, starò forse attraversando un brutto periodo. Non posso mica essere sempre bello, brillante e interessante!
There I am
2 a.m.
What day is it?
In futuro, potranno dire ai loro figli di avere vissuto una gioventù tormentata.
Ibernazione mi criogenizzo non appena rientro a casa mi rinchiudo nel congelatore è deciso sarò il primo Findus umano.
E’ un peccato che il coma etilico non sia rimborsato dall’assicurazione medica.
La gelosia governa il mondo. Senza di essa non ci sarebbe amore, né denaro, né società. Nessuno muoverebbe un dito. I gelosi sono il sale della terra.
“James Ellroy, c’è una cosa che vi è insopportabile più di tutte le altre?
- Si.
- Si, cosa?
- Si, la morte.”
Tu as l’alcool joli.
Rifiuto di invecchiare vecchia.
I suoi pensieri assomigliano davvero ad un’opera di Pierre Guyotat. Li annota su dei Post-it, perché cerca l’originalità ad ogni costo. Ciò non gli impedirà però di scrivere lo stesso libro di un qualsivoglia imbecille della sua età.
“E’ la tua risposta a tutto: bere?
- No, è la mia risposta a niente.”
Avrebbe voluto reggere l’alcool.
Vuole che la sua vita sia un film di Roger Vadim Plemiannikov del 1965.
Vuole che gli si faccia dei complimenti e che poi gli si sparli alle spalle.
Non vuole essere soggetto di conversazione. Vuole essere soggetto di discussione.
Conduciamo tutti delle vite assurde, grottesche e derisorie, ma, dal momento che le conduciamo tutti allo stesso tempo, finiamo per trovarle normali. Bisogna andare a scuola invece che fare sport, poi iscriversi all’università invece che partire per il giro del mondo, poi trovare un lavoro invece di....
Be’, starò forse attraversando un brutto periodo. Non posso mica essere sempre bello, brillante e interessante!
There I am
2 a.m.
What day is it?
In futuro, potranno dire ai loro figli di avere vissuto una gioventù tormentata.
Ibernazione mi criogenizzo non appena rientro a casa mi rinchiudo nel congelatore è deciso sarò il primo Findus umano.
E’ un peccato che il coma etilico non sia rimborsato dall’assicurazione medica.
La gelosia governa il mondo. Senza di essa non ci sarebbe amore, né denaro, né società. Nessuno muoverebbe un dito. I gelosi sono il sale della terra.
“James Ellroy, c’è una cosa che vi è insopportabile più di tutte le altre?
- Si.
- Si, cosa?
- Si, la morte.”
Tu as l’alcool joli.
Rifiuto di invecchiare vecchia.
I suoi pensieri assomigliano davvero ad un’opera di Pierre Guyotat. Li annota su dei Post-it, perché cerca l’originalità ad ogni costo. Ciò non gli impedirà però di scrivere lo stesso libro di un qualsivoglia imbecille della sua età.
“E’ la tua risposta a tutto: bere?
- No, è la mia risposta a niente.”
lunedì 10 maggio 2010
Vacanze nel coma - Frédéric Beigbeder /1
Marc Marronnier ha ventisette anni, un bell’appartamento, un lavoro piacevole e, nonostante questo, non si suicida.
Non è in grado di fare nulla per intero. Rifiuta di scegliere una vita piuttosto che un’altra. Di questi tempi, a suo parere, “Tutti sono folli, non si ha scelta che tra schizofrenia e paranoia: in altre parole, o si è più persone contemporaneamente, o si è soli contro tutti.”
In una società edonista, superficiale come la nostra, i cittadini di tutto il mondo non si interessano che a una cosa: la festa.
A sedici anni, volevo conquistare il mondo, essere una rock star, o un divo del cinema, o un grande scrittore, o un presidente della Repubblica, oppure morire giovane. A ventisette anni, invece, sono già rassegnato: il rock è troppo complicato, il cinema troppo chiuso, i grandi scrittori troppo morti, la Repubblica troppo corrotta e, ormai, voglio morire il più tardi possibile.
E’ indispensabile vivere rischiosamente, ma, di tanto in tanto, a Marc piace fare merenda da Ladurée.
Ognuno ha i modelli che un’epoca gli ha concesso. Alcuni sono spariti, altri, peggio, sono stati dimenticati.
Io scrivo, cala la notte, la gente va a cena.
Tutti i satrapi devono essere in qualche modo artisti. E’ fondamentale essere fotografo di moda o redattore capo, produttore televisivo o “in procinto di terminare un romanzo”, o, ancora, serial killer. Non c’è nulla di più disdicevole dell’inoperosità.
Sono tutti così belli e così maledetti.
Non è in grado di fare nulla per intero. Rifiuta di scegliere una vita piuttosto che un’altra. Di questi tempi, a suo parere, “Tutti sono folli, non si ha scelta che tra schizofrenia e paranoia: in altre parole, o si è più persone contemporaneamente, o si è soli contro tutti.”
In una società edonista, superficiale come la nostra, i cittadini di tutto il mondo non si interessano che a una cosa: la festa.
A sedici anni, volevo conquistare il mondo, essere una rock star, o un divo del cinema, o un grande scrittore, o un presidente della Repubblica, oppure morire giovane. A ventisette anni, invece, sono già rassegnato: il rock è troppo complicato, il cinema troppo chiuso, i grandi scrittori troppo morti, la Repubblica troppo corrotta e, ormai, voglio morire il più tardi possibile.
E’ indispensabile vivere rischiosamente, ma, di tanto in tanto, a Marc piace fare merenda da Ladurée.
Ognuno ha i modelli che un’epoca gli ha concesso. Alcuni sono spariti, altri, peggio, sono stati dimenticati.
Io scrivo, cala la notte, la gente va a cena.
Tutti i satrapi devono essere in qualche modo artisti. E’ fondamentale essere fotografo di moda o redattore capo, produttore televisivo o “in procinto di terminare un romanzo”, o, ancora, serial killer. Non c’è nulla di più disdicevole dell’inoperosità.
Sono tutti così belli e così maledetti.
sabato 8 maggio 2010
Zia Mame - Patrick Dennis
Ma certo non era tipo da darsi facilmente per vinta. In qualche recesso della sua personalità allignava la suffragetta da prima linea, che batte i locali malfamati alla ricerca di casi umani da recuperare.
Avrei presto scoperto che per “mattino” zia Mame intendeva l’una del pomeriggio. Le undici erano “mattino presto”, mentre le nove corrispondevano a “notte fonda”.
Del resto era più o meno inevitabile che la sua stupefacente personalità, dopo aver mietuto migliaia di vittime, finisse per conquistare anche me. Zia Mame aveva un fascino caotico, leggendario.
A mio beneficio, Brian sfoderò l’accoppiata vincente: sguardo radioso e sorriso triste.
Avrei presto scoperto che per “mattino” zia Mame intendeva l’una del pomeriggio. Le undici erano “mattino presto”, mentre le nove corrispondevano a “notte fonda”.
Del resto era più o meno inevitabile che la sua stupefacente personalità, dopo aver mietuto migliaia di vittime, finisse per conquistare anche me. Zia Mame aveva un fascino caotico, leggendario.
A mio beneficio, Brian sfoderò l’accoppiata vincente: sguardo radioso e sorriso triste.
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martedì 4 maggio 2010
Bianco su nero - Rubén Gallego
I vichinghi erano i migliori guerrieri del mondo. Guerrieri intrepidi, gente di grande coraggio. Attenzione a considerare finito un vichingo caduto in battaglia. In uno scatto estremo di quella vita che gli stava sfuggendo, il vichingo caduto in battaglia poteva addentare un nemico al polpaccio.
Io non leggevo tanto per leggere, io volevo capire com’era fatto il mondo. Volevo sapere come stare al mondo.
Io non voglio essere nutrito gratis, né potrò mai avere una mia professione. Voglio l’iniezione letale. Voglio andare in America.
Ricordati che se impari il tedesco, potrai imparare qualsiasi altra lingua.
San Francisco. La città dei miei sogni, centro abitato dell’inferno capitalista. Città di reietti e di stravaganti.
In quel paese lontano e filantropico, è vietato morire in quattro e quattr’otto. Quel che potrò fare sarà intossicarmi lentamente di vodka e sperare in un’ulcera o in un infarto.
Io non leggevo tanto per leggere, io volevo capire com’era fatto il mondo. Volevo sapere come stare al mondo.
Io non voglio essere nutrito gratis, né potrò mai avere una mia professione. Voglio l’iniezione letale. Voglio andare in America.
Ricordati che se impari il tedesco, potrai imparare qualsiasi altra lingua.
San Francisco. La città dei miei sogni, centro abitato dell’inferno capitalista. Città di reietti e di stravaganti.
In quel paese lontano e filantropico, è vietato morire in quattro e quattr’otto. Quel che potrò fare sarà intossicarmi lentamente di vodka e sperare in un’ulcera o in un infarto.
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