A quel tempo, Mariam non aveva afferrato. Non conosceva il significato della parola harami, bastardo. E non era abbastanza grande per rendersi conto dell’ingiustizia, per capire che la colpa era di chi aveva messo al mondo l’harami, non dell’harami stesso, il cui solo peccato era di essere nato.
[…] Herat […] un tempo era stata la culla della cultura persiana, la patria di scrittori, di pittori e di sufi. “In questa città non si poteva stendere una gamba senza dare una pedata in culo a un poeta” le aveva detto ridendo.
Quel giorno Hasina dispensava consigli su come respingere i corteggiatori indesiderati.
“Un metodo a prova di imbecille, dal funzionamento garantito. Ti do la mia parola. […] Fagioli. Non meno di quattro scatole. La sera in cui la lucertola sdentata viene a chiedere la vostra mano. Ma la tempestività, signore, la tempestività è tutto. Dovete conservare i fuochi d’artificio per l’ora del tè.”
“Me ne ricorderò” disse Laila.
“Anche lui se ne ricorderà, sta’ tranquilla.”
I cinesi dicono che è meglio stare senza cibo per tre giorni che senza tè per un giorno.
“Parli da figlia arrogante di un professore universitario amante della poesia, quale sei. Sei proprio una ragazza di città.”
Fu anche l’estate del Titanic, l’estate in cui Mariam e Aziza, in un groviglio di braccia e di gambe, si rotolavano per terra ridendo come matte. Aziza voleva recitare lei la parte di Jack. […]
“Jack e tu sei Rose!” […]
“Va bene, tu sei Jack” diceva rassegnata. “Tu muori giovane, mentre io vivrò sino a tarda età.”
“Si, ma io muoio da eroe,” diceva Aziza “mentre tu, Rose, passerai tutta la tua infelice vita a rimpiangermi.”
Forse, capire quando non si può più cambiare nulla è la giusta punizione per chi è stato spietato.
giovedì 11 febbraio 2010
Mille splendidi soli - Khaled Hosseini /1
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