martedì 20 aprile 2010

Last Love Parade - Marco Mancassola /4

Sulla barca una ragazza svedese ti osservò mezz’ora, per dirti infine che non riusciva a intuire da dove venissi, quanti anni avessi. La cosa ti lasciò sospeso. Essere qualcosa di indefinibile era da sempre un desiderio, e un terrore.

A tutte le volte che siamo morti, eppure non siamo morti.

Su tutto il pianeta non c’era un posto dove la tua presenza avesse un senso preciso, né un posto di cui tu avessi davvero bisogno. Tu e il mondo sembravate avere una relazione libera e aperta, e difficile dire cosa fosse: senso di indipendenza, o di inutilità.

Avevi letto sia Proust che Kant. Ma avevi passato altrettanto tempo a ballare, sudare e sentire. Provavi un’istintiva diffidenza verso chi non comprendeva le cose col corpo. Al tempo stesso eri insofferente verso chi le comprendeva esclusivamente col corpo. Insofferente agli intellettualismi e alle semplificazioni. Non potevi stare da una parte né dall’altra. Eri nel mezzo, come sempre.

Avevo seguito l’elettronica estrema, e insieme gruppi di rock indipendente. Sapevo che la mia vera musica restava l’elettronica: come quando esci volentieri con delle persone, ma sai che i tuoi veri amici sono altri.

A Londra ogni cosa è esposta, in vendita, a Berlino tutto nascosto. A Londra ogni cosa è costosa, a Berlino economica. Londra è febbrile, Berlino ovattata.

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