Non lavorava come qualcuno che lavora per vivere, bensì come uno che non vuole nient’altro che lavorare, perché in quanto uomo vivente non si ritiene nulla e desidera soltanto entrare in linea di considerazione in quanto creatore e per il resto se ne va in giro grigio, insignificante, come un attore senza trucco, che non è nulla fintanto che non ha nulla da rappresentare. Lavorava muto, chiuso, invisibile e pieno di disprezzo per quei piccoli spiriti il cui talento è una sorta di ornamento sociale, i quali, sia che fossero ricchi sia che fossero poveri, se ne andavano in giro sporchi e laceri oppure sfoggiavano il lusso mediante eccentriche cravatte, in primo luogo felici, intenti a vivere amabilmente e artisticamente, ignari che le opere buone sorgono soltanto sotto la pressione di una vita grama, che chi vive non lavora, e che bisogna essere morti per essere veramente creatori.
Perché così è Lisaweta: il sentimento, il sentimento caldo, intenso è sempre banale e inutilizzabile, e artistiche sono soltanto le irritazioni e le fredde estasi del nostro distrutto, artistico sistema nervoso. E’ necessario essere qualcosa di extra-umano e di disumano, avere con l’umano un rapporto singolarmente remoto e privo di partecipazione per essere in grado e per essere tentati di giocare, di giocare con l’umano, di rappresentarlo in modo efficace e con gusto. Il dono dello stile, della forma e dell’espressione presuppone già di per sé questo rapporto freddo e schifiltoso con l’umano, e anzi presuppone un certo impoverimento, una certa aridità umana. Perché il sentimento sano e forte, questo è il punto, non ha gusto. E’ finita per l’artista appena diventa uomo e comincia ad avere sensazioni. E questo Adalbert lo sa e per questo se ne andava al caffè, nella “sfera remota”, proprio così.
lunedì 26 aprile 2010
Tonio Kröger - Thomas Mann /2
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