mercoledì 6 gennaio 2010

La sonata a Kreutzer - Lev Tolstoj

Vissi come tutti gli altri, cioè nel modo più disordinato e, come tutti gli altri del nostro ambiente, ero persuaso che così si doveva vivere. Mi sembrava d’essere una brava persona, perfettamente morale.

Caddi perché tale era l’ambiente in cui vivevo: gli uni consideravano legittima la caduta e a tutto vantaggio della salute; gli altri come uno svago che non solo non aveva di per sé nulla di vergognoso, ma perfino innocente, non immorale per un giovane.

Parlavan di musica, di Parigi, di vani argomenti di ogni specie.

E in generale sempre la musica è una cosa terribile. Ma che cos’è? Non riesco a capire. Che cos’è la musica? Che effetto produce? E perché desta quell’impressione che desta? Voglio dire che ingentilisce lo spirito. Sciocchezze, non è vero! Un certo effetto potrà anche farlo, ma non è vero che ingentilisce. Non è vero per niente. Se mai potrà eccitare. Che debbo dirvi? La musica m’obbliga sì a dimenticarmi, a non vedere la mia vera condizione, mi distrae sì da quello ch’io sono, facendosi credere ch’io sia un altro; sotto il suo influsso mi sembra di provar sentimenti che ordinariamente non provo, di pensare quello che di pensare non sono solito, che pensare assolutamente non posso. Mi sono reso persuaso che la musica agisce a modo dello sbadiglio o del riso; non ho voglia di dormire, ma sbadiglio se vedo un altro sbadigliare; non ho motivo di ridere, ma rido anch’io se sento che altri lo fanno.

Di notte viaggiare era ancor più piacevole che di giorno. C’era una luna giovane, qua e là lievi croste di gelo, e la strada era ancora molto buona, e buoni i cavalli, e allegro il vetturino.

...e io non volevo far ridere, volevo essere tremendo.

E subito mi risposi che bisognava andare, perché, probabilmente, sempre così costuma di fare: quando un marito ha ammazzato la moglie assolutamente è tenuto ad andare a trovarla.

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