lunedì 4 gennaio 2010

Metafisica dei tubi - Amélie Nothomb /2

Consideravo mio fratello la peggiore delle calamità. L’unica ambizione della sua esistenza sembrava quella di perseguitarmi: ci provava talmente tanto gusto da considerarla una cosa fine a se stessa. Per lui era stata una bella giornata solo quando mi aveva fatto arrabbiare per ore. Pare che tutti i fratelli maggiori siano così: forse bisognerebbe sterminarli.

“Io non posso andarmene! Devo vivere qua! E’ il mio paese! E’ la mia casa!”“Non è il tuo paese!”“E’ il mio paese! Se me ne vado muoio!”

Proprio così: stavo già morendo. Avevo appena scoperto l’orribile notizia che ogni essere umano scopre un giorno o l’altro: quello che ami, tu lo perderai. “Quanto ti è stato dato, ti verrà ripreso”: è così che formulerai il disastro che sarebbe diventato il ritornello della mia infanzia, della mia adolescenza e di tutte le successive peripezie. “Quanto ti è stato dato, ti verrà ripreso”.

Alla lista infinita dei quesiti umani senza risposta bisogna aggiungere questo: cosa passa per la testa dei genitori ben intenzionati quando, non contenti di farsi delle stranissime idee sui figli, prendono delle iniziative al posto loro? Si chiede di solito alle persone che cosa volevano diventare quando erano piccoli. Nel mio caso è più interessante rivolgere la domanda ai miei genitori: la sequenza delle loro risposte dà un’idea precisa di quello che non ho mai voluto diventare.

Mi capita di pensare che l’unica nostra specificità individuale risieda in questo: dimmi cosa ti disgusta e ti dirò chi sei. Le nostre personalità non servono a niente, le nostre inclinazioni sono una più banale dell’altra. Sono le nostre repulsioni che ci dicono chi siamo veramente.

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