- Quando torniamo a casa? – chiedevo spesso a mio padre, intendendo per casa Shukugawa.
- Mai.
Il dizionario mi confermava che quella era una risposta terribile.
Mai era il paese in cui vivevo io. Era un paese senza ritorno. Non lo amavo. Il Giappone era il mio paese, quello d’elezione, ero io che avevo scelto lui, non il contrario. Il mai invece aveva scelto me. Ero cittadina dello Stato del mai.
Per gli abitanti del mai non c’è speranza. Parlano la lingua della nostalgia. La loro moneta è il tempo che passa: sono incapaci di metterne da parte e la loro vita si dilapida in direzione di un abisso che risponde al nome di morte ed è la capitale del loro paese.
I maiani sono grandi creatori di amori, amicizie, scritti e altre costruzioni strazianti che portano già in sé la propria rovina, ma sono incapaci di edificare una casa, una dimora, qualsiasi cosa somigli a un alloggio stabile e abitabile. Eppure, non c’è niente di più desiderabile ai loro occhi di un cumulo di pietre che possa costituire un domicilio. E’ una fatalità a derubarli di quella terra promessa appena credono di possederne la chiave.
I maiani non credono che l’esistenza sia crescita, un accumulo di beltà, saggezza, ricchezza ed esperienza; sanno fin dalla nascita che la vita è diminuzione, dispersione, espropriazione, smembramento. Gli viene dato un trono al solo scopo di farglielo perdere. I maiani sanno dall’età di tre anni quello che la gente di altri paesi arriva a conoscere appena a sessantatré.
Non bisogna dedurne che gli abitanti del mai siano tristi. Al contrario: non esiste popolo più gioioso. Le minime briciole di grazia danno alla testa ai maiani. La loro propensione a ridere, a rallegrarsi, a essere felici e a rimanere abbagliati è senza pari su questo pianeta. Sono così ossessionati dalla morte che hanno per la vita un appetito delirante. Il loro inno nazionale è una marcia funebre, la loro marcia funebre è un inno alla gioia; è una rapsodia così frenetica che la semplice lettura della partitura dà i brividi. E tuttavia, i maiani ne suonano ogni singola nota.
Una sera ebbi una rivelazione. Sprofondata sul divano, leggevo un racconto di Colette intitolato La cire verte. In un certo senso, era una storia dove non accadeva niente: una ragazza sigillava delle lettere. Eppure quel racconto mi catturò, senza che potessi spiegare perché. A un giro di frase che non apportava nessun supplemento di informazione, si produsse un fenomeno incredibile: un brivido mi si propagò lungo la colonna vertebrale, la pelle mi si accapponò e, nonostante una temperatura ambientale di trentotto gradi, mi venne la pelle d’oca.
Stupefatta, rilessi il periodo che aveva provocato la reazione, tentando di scoprirne l’origine. Ma si trattava solo di cera in fusione, della sua consistenza, del suo odore: cioè niente. Allora perché quel turbamento spettacolare?
Finii per capire. La frase era bella: quello che era successo era la bellezza.
Quella scoperta equivaleva per me a una rivoluzione copernicana. La lettura era, insieme all’alcol, l’essenza dei miei giorni: ormai, sarebbe stata la ricerca di quella bellezza insolubile.
lunedì 24 maggio 2010
Biografia della fame - Amélie Nothomb
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