venerdì 30 aprile 2010

Tonio Kröger - Thomas Mann /4

Viaggiava molto comodamente, perché usava dire che coloro che hanno una vita interiore molto più difficile di quella degli altri hanno un fondato diritto a un certo comfort esteriore.

E Tonio sbarcò in Danimarca. S’installò a Kopenaghen, diede mance a tutti coloro che avevano l’aria di avere il diritto di riceverle.

Teneva un libro sulle ginocchia, ma non leggeva una riga. Godeva di un profondo oblio, un libero librarsi sopra lo spazio e il tempo e soltanto di rado era come se il suo cuore fosse colto da un dolore, un breve, pungente sentimento di desiderio o di pentimento, di cui lui era troppo pigro o troppo assorto per chiedersi il nome e la provenienza.

E improvvisamente accadde questo: Hans Hansen e Ingeborg Holm stavano attraversando la sala.

Ricominciare? Non servirebbe a nulla. Tutto diventerebbe di nuovo così, tutto accadrebbe com’è accaduto. Perché certi si smarriscono necessariamente, per loro non c’è una retta via.

Pensò a che cosa avrebbe potuto dire; ma non trovava il coraggio di dirlo. Sarebbe stato come sempre: non l’avrebbero capito, avrebbero ascoltato con stupore quel che sapeva dire. Perché il loro linguaggio non era il suo linguaggio.

Mio padre era un temperamento nordico: riflessivo, radicale, corretto per puritanesimo e incline alla malinconia; mia madre era di un sangue esotico imprecisato, bella sensuale, ingenua, insieme indulgente e appassionata e di una sensibilità impulsiva. Senza alcun dubbio si è trattato di un miscuglio che comportava straordinarie possibilità e straordinari pericoli. Quello che ne è venuto fuori è stato questo: un borghese che si è smarrito nell’arte, un bohémien con la nostalgia per la buona atmosfera della camera dei bambini, un artista con la cattiva coscienza. Perché è la mia coscienza borghese che mi fa vedere nell’artisticità, in ogni eccezionalità e in tutto ciò che è genio, qualcosa di profondamente ambiguo, di profondamente equivoco, di profondamente sospetto, il che mi conferisce questa amorosa debolezza per ciò che è semplice, leale, gradevolmente normale, per tutto ciò che non è geniale e decente.

mercoledì 28 aprile 2010

Tonio Kröger - Thomas Mann /3

La letteratura non è un mestiere, è una maledizione. E quando comincia a diventare percepibile, questa maledizione? Presto, spaventosamente presto. A un’età in cui ancora si dovrebbe vivere tranquillamente, in pace e d’accordo con dio e col mondo. E invece lei comincia a sentirsi segnata, a sentirsi in un’enigmatica contrapposizione rispetto agli altri, alle persone normali, comuni e l’abisso di ironia, di miscredenza, di opposizione, di conoscenza, di sentimenti che la separa dagli uomini si scava sempre più profondo, e lei è sola, e poi non ci sarà possibilità d’intesa.

Un artista, un artista vero, non uno che esercita la professione liberale dell’arte, ma proprio un artista predestinato e dannato, lei, con uno sguardo anche poco penetrante, lo riconosce anche in mezzo a una massa di gente. Il sentimento della separazione, del non c’entrare, del venir riconosciuto e osservato, nella sua faccia c’è qualcosa di regale e insieme di imbarazzato.

La ‘vita’, quale si contrappone, eterna antagonista dello spirito e dell’arte, - a noi, spiriti anomali, non si presenta come una visione di sanguinosa grandezza e di selvaggia bellezza, non si presenta come l’anomalia; il normale, la decenza, l’amabilità, questo è il regno del nostro desiderio, la vita nella sua seducente banalità! E’ ben lontano dall’essere un artista, mia cara, colui che intimamente e profondamente sogna la raffinatezza, l’eccentricità e il satanico, che non conosce il desiderio dell’irrilevante, del semplice e del vivente, di un po’ di amicizia, di dedizione, di confidenza e di umana felicità, - quel desiderio furtivo e struggente, Lisaweta, dei piaceri della mediocrità!

Non si dovrebbe mai cercare di adescare alla poesia gente che preferisce leggere libri sui cavalli con dentro le istantanee! Perché, in definitiva, quale spettacolo sarebbe più penoso di quello della vita che tenta la via dell’arte? Noi artisti non odiamo mai nessuno più a fondo del dilettante, di colui che vive credendo di poter essere anche, occasionalmente, un artista.

lunedì 26 aprile 2010

Tonio Kröger - Thomas Mann /2

Non lavorava come qualcuno che lavora per vivere, bensì come uno che non vuole nient’altro che lavorare, perché in quanto uomo vivente non si ritiene nulla e desidera soltanto entrare in linea di considerazione in quanto creatore e per il resto se ne va in giro grigio, insignificante, come un attore senza trucco, che non è nulla fintanto che non ha nulla da rappresentare. Lavorava muto, chiuso, invisibile e pieno di disprezzo per quei piccoli spiriti il cui talento è una sorta di ornamento sociale, i quali, sia che fossero ricchi sia che fossero poveri, se ne andavano in giro sporchi e laceri oppure sfoggiavano il lusso mediante eccentriche cravatte, in primo luogo felici, intenti a vivere amabilmente e artisticamente, ignari che le opere buone sorgono soltanto sotto la pressione di una vita grama, che chi vive non lavora, e che bisogna essere morti per essere veramente creatori.

Perché così è Lisaweta: il sentimento, il sentimento caldo, intenso è sempre banale e inutilizzabile, e artistiche sono soltanto le irritazioni e le fredde estasi del nostro distrutto, artistico sistema nervoso. E’ necessario essere qualcosa di extra-umano e di disumano, avere con l’umano un rapporto singolarmente remoto e privo di partecipazione per essere in grado e per essere tentati di giocare, di giocare con l’umano, di rappresentarlo in modo efficace e con gusto. Il dono dello stile, della forma e dell’espressione presuppone già di per sé questo rapporto freddo e schifiltoso con l’umano, e anzi presuppone un certo impoverimento, una certa aridità umana. Perché il sentimento sano e forte, questo è il punto, non ha gusto. E’ finita per l’artista appena diventa uomo e comincia ad avere sensazioni. E questo Adalbert lo sa e per questo se ne andava al caffè, nella “sfera remota”, proprio così.

sabato 24 aprile 2010

Tonio Kröger - Thomas Mann /1

“Vorrei dormire, ma tu devi danzare.” Lo scoraggiante controsenso che vi era espresso lo torturava: dover danzare mentre si ama...

Oh, doveva venire! Doveva notare che lui non c’era, doveva sentire che cosa lui provava, doveva seguirlo di nascosto, anche se soltanto per pietà, per venire a posargli la mano sulla spalla e dirgli: Torna dentro con noi, sii felice, io ti amo. E lui tendeva l’orecchio verso la sala alle sue spalle e aspettava preso da una tensione irragionevole, aspettava che lei venisse. Ma lei non venne. Cose simili non succedono sulla terra.

Se ne andò per la strada che doveva percorrere, con un passo un po’ trascurato e disuguale, fischiettando tra sé e sé, guardando le lontananze con la testa un po’ inclinata da una parte, e quando si smarriva, ciò accadeva perché per certi uomini non c’è la retta via. Se gli si domandava che cosa intendesse fare nel mondo, forniva risposte contraddittorie, perché usava dire (e l’aveva anche già scritto) che portava in sé la possibilità di mille forme di esistenza insieme con la segreta consapevolezza che in fondo si trattava di mere impossibilità...

La nausea e l’odio verso i sensi lo colse, e insieme un anelito verso la purezza e una decorosa pace, mentre respirava l’aria dell’arte, l’aria tiepida e dolce e impregnata di profumi di una primavera permanente, in cui, dentro un misterioso piacere creativo, tutto fermenta e germoglia. Avvenne così semplicemente che, scaraventato senza posa tra limiti estremi, tra una gelida spiritualità e l’ardore dilaniante dei sensi, conducesse una vita estenuante in mezzo alle pene della sua coscienza, una vita sfrenata, sregolata, incomprensibile di cui lui, Tonio Kroger, in fondo, aveva orrore. Quale labirinto! pensava talvolta. Ma come è stato possibile che io sia precipitato in tutte queste eccentriche avventure? Non sono uno zingaro nel suo carrozzone verde, sono per nascita...

martedì 20 aprile 2010

Last Love Parade - Marco Mancassola /4

Sulla barca una ragazza svedese ti osservò mezz’ora, per dirti infine che non riusciva a intuire da dove venissi, quanti anni avessi. La cosa ti lasciò sospeso. Essere qualcosa di indefinibile era da sempre un desiderio, e un terrore.

A tutte le volte che siamo morti, eppure non siamo morti.

Su tutto il pianeta non c’era un posto dove la tua presenza avesse un senso preciso, né un posto di cui tu avessi davvero bisogno. Tu e il mondo sembravate avere una relazione libera e aperta, e difficile dire cosa fosse: senso di indipendenza, o di inutilità.

Avevi letto sia Proust che Kant. Ma avevi passato altrettanto tempo a ballare, sudare e sentire. Provavi un’istintiva diffidenza verso chi non comprendeva le cose col corpo. Al tempo stesso eri insofferente verso chi le comprendeva esclusivamente col corpo. Insofferente agli intellettualismi e alle semplificazioni. Non potevi stare da una parte né dall’altra. Eri nel mezzo, come sempre.

Avevo seguito l’elettronica estrema, e insieme gruppi di rock indipendente. Sapevo che la mia vera musica restava l’elettronica: come quando esci volentieri con delle persone, ma sai che i tuoi veri amici sono altri.

A Londra ogni cosa è esposta, in vendita, a Berlino tutto nascosto. A Londra ogni cosa è costosa, a Berlino economica. Londra è febbrile, Berlino ovattata.

domenica 18 aprile 2010

Last Love Parade - Marco Mancassola /3

Io volevo scrivere, e ovviamente era il desiderio sbagliato. Io volevo qualcosa di quell'asciutta potenza, ma la techno era magma intuitivo, forza astratta, pura e semplice lingua disarticolata, mentre io dovevo imparare ad affrontare il disagio, il dolore, l'umiliazione infinita del bisogno di articolazione.

Over e underground sono sempre stati legati: reciproca necessità. L'uno definisce la posizione dell'altro. Al tempo stesso l'underground tende ad affrontare, come un naturale processo geologico, per sostituire gli strati consumati overground.

Chi ha conosciuto la velocità può davvero fermarsi?

...a Berlino arrivate verso sera. La città è pronta e sospesa. Il silenzio attutito dell'aria, del cemento, dei neon di palazzi e vetrine. [...] In un'altra vita, dice, sei stato berlinese. Quando gli chiedi quale possa essere stata la sua altra vita precedente, scuote la testa. Dice solo di aver letto una cosa: secondo un certo guru, l'ecstasy mette ognuno in contatto con le vibrazioni delle vite passate. Per questo sembra di riconoscere tante persone.

Quando qualcuno scopre la vostra provenienza e prova le solite battute sulla politica italiana, e sui tycoon dei media che partecipano alle elezioni, non vi scomponete. Due maschere neutre, due lastre di indifferenza. Cosa c'entra con voi? Siete davvero altro. Giovani europei politicamente irrappresentati, irrappresentabili.

giovedì 15 aprile 2010

Last Love Parade - Marco Mancassola /2

Poi di colpo avevo realizzato, con quel senso di incredulità di quando si intravede lo spazio vuoto che si potrebbe lasciare nella vita degli altri, che io ero una delle persone più vicine. Se non io, chi?

La gioia di un periodo si misura dall'intensità del dolore con cui finisce.

E' il vuoto della città che crea pienezze nella musica.

Si cresce per intuizioni. Si cresce per visioni improvvise, come una scelta che attraversa gli strati del mondo, o per lente prese di possesso. Si cresce per identificazioni, opposizioni, sostituzioni. Si cresce per perdite, e per molto tempo il senso di perdita mi ha dominato, come un'umidità che impregna i vestiti. Oppure si cresce per lievitazione. O inerzia o pura ossidazione.

Aveva letto da qualche parte che l'essere umano è l'unico animale che immagina più di quanto vive, e la cosa lo angosciava. In un qualche momento, diceva, il mondo in cui ognuno si immagina è diventato più importante di quello che è. Non è patetico?

Il ritmo è quasi categoria filosofica. Come l'essere, come lo spirito. Il ritmo è una specie di essenza, un fuoco sacro da trovare, possedere, custodire.

E so che è quello che sarò per sempre: inquieto. Oh, non la solita inquietudine-punto di partenza, bensì un nuovo e stabile strumento, un rigoroso organo di conoscenza. Nella notte lucida e fredda, so davvero quello che sono. Potrei tracciare la mia storia millimetro per millimetro. Una mappa di sfumature e varianti, una vita di contraddizioni e perdite, ritorni, deviazioni, sogni, ingenuità, disincanti.

http://www.marcomancassola.com/

martedì 13 aprile 2010

Last Love Parade - Marco Mancassola /1

Ogni suono ha la sua giustificazione. Ogni suono fa qualcosa per qualcuno.

Un party esiste come istantaneo accadere. E’ forma d’onda, non si può riprodurre né comprendere da fuori.

A quei tempi c’era una certa chiarezza: integrarsi o morire.

La club culture contemporanea è delineata: riciclo di ex spazi industriali, musica e droga di natura sintetica, un edonismo così estremo da confinare nel nichelismo. E al tempo stesso una fede fervente. Fin dai tempi della disco il club è rito, congregazione, spirito di comunione. Quasi, il luogo dell’ultima celebrazione possibile.

Ora siamo nell’era solista. Del ballo sempre più destrutturato, indipendente, quasi autistico.

Lo spazio, a Berlino, fa uno strano effetto. Sembra seguire leggi sue. Come in un’immensa opera concettuale, c’è qualcosa di dilatato , misterioso e imprendibile. Forse per gli spazi imponenti, o la commistione continua di pieno e vuoto, o quella sensazione di scoprire mondi nei mondi: quando la città si apre verso est, diventa una specie di geografia fantastica. Si può sparire in un portone per sbucare in enormi aree dismesse. Berlino Est offre una quantità di spazio. Quando ci si chiede perché la techno tedesca sia diventata tanto influente, e perché la musica nazionale più famosa all’estero sia quella elettronica, bisogna considerare la capitale tedesca nei primi anni postmuro: una città cassa acustica, chilometri cubi pronti a rimbombare, un far east del desiderio dove piantare, con una libertà senza precedenti, la bandiera dei rave e dei locali underground.

http://www.marcomancassola.com/

sabato 10 aprile 2010

L'istinto del lupo - Massimo Lugli

Per il resto sembrava più frivola e vaga che mai.

Il nome è la cosa più importante, la gente ti identifica col tuo nome, il nome serve per lanciare maledizioni e per benedire. Noi siamo il nostro nome.

martedì 6 aprile 2010

Il mondo di Sofia - Jostein Gaarder /3

In un certo senso Freud aveva mostrato che tutti gli uomini sono artisti: un sogno è una piccola opera d’arte e ogni notte noi sogniamo.

Che cosa pensavano tutte queste persone sul fatto di esistere? Pareva quasi che fossero semplicemente lì, che fossero soltanto sedute: discutevano e gesticolavano, ma non davano l’idea di parlare di qualcosa di importante. All’improvviso le venne in mente quello che aveva detto Kierkegaard: la caratteristica distintiva della massa era la chiacchiera priva d’impegno.

Per tutta la storia della filosofia, i filosofi hanno cercato di rispondere alla domanda riguardo a che cosa sia un essere umano, o di individuare quale sia la natura umana. Secondo Sartre, invece, l’uomo non possiede nessuna ‘natura’ eterna cui fare riferimento. Per questo motivo non serve chiedersi quale sia il ‘significato’ della vita in generale. In altre parole, siamo condannati a improvvisare: siamo come attori che vengono mandati in scena senza avere un ruolo, un copione e un suggeritore che possa sussurrarci in un orecchio quello che dobbiamo fare. Noi stessi dobbiamo scegliere come vogliamo vivere.

domenica 4 aprile 2010

Il mondo di Sofia - Jostein Gaarder /2

In primo luogo, Cartesio afferma che non bisogna mai accettare nulla per vero se non lo si riconosce evidentemente tale.

I romantici si sentivano attratti dalla notte, dall’alba, dalle antiche rovine e dal soprannaturale. Erano affascinati dai ‘lati oscuri’ dell’esistenza, cioè da tutto ciò che è buio, misterioso, ossessivo.[…] Si diceva che ‘l’ozio è l’ideale del genio e l’indolenza la virtù romantica’. Il dovere per i romantici era vivere profondamente la vita o allontanarsene sognando un’altra realtà. Il commercio e le faccende di tutti i giorni erano cose da piccolo borghesi.

Nella moderna società urbana, diceva Kierkegaard, l’uomo si perde nella massa, e il tratto distintivo della massa è la ‘chiacchiera’. Oggi useremmo la parola ‘conformismo’: tutti pensano e credono la stessa cosa senza che nessuno abbia un rapporto ‘passionale’ con le proprie affermazioni. […] ‘La massa è falsità’ o ‘La verità è sempre in minoranza’ sono sue affermazioni.

Questo perpetuo creare, allora, perché? Per travolgere nel nulla quel che è stato creato?
[ Faust – Goethe]

venerdì 2 aprile 2010

Il mondo di Sofia - Jostein Gaarder /1

...fare solo un pezzo di strada non significa sbagliarla del tutto...

Noi non viviamo soltanto nel nostro tempo: ci portiamo dietro anche la nostra storia. Tutti gli oggetti che vedi in questa stanza un tempo erano nuovi fiammanti, tienilo sempre presente. Quella bella bambola in legno del XVI secolo fu forse il regalo di compleanno per una bambina di cinque anni. Magari fu suo nonno a fabbricarla... Poi la bambina compì dieci anni, Sofia. Quindi diventò adulta e si sposò. Forse ebbe una figlia a cui regalò la bambola. Comunque invecchiò e un giorno scomparve. Probabilmente visse a lungo, ma di colpo scomparve e non ritornerà mai più perché, in fondo, era qui soltanto per una breve visita. La sua bambola invece è là sulla mensola. […] Ma la vita è triste e solenne. Ci fanno entrare in un mondo meraviglioso, ci incontriamo, ci salutiamo e percorriamo la stessa strada per un pezzo, poi scompariamo nel medesimo modo assurdo e improvviso in cui siamo arrivati.”

Il Rinascimento fu caratterizzato da un più profondo individualismo: non siamo semplicemente uomini, bensì individui unici, e tale pensiero portò al culto del genio. Il nuovo ideale fu il cosiddetto ‘uomo rinascimentale’, cioè un essere umano impegnato in tutti i campi del sapere, delle arti e delle scienze. […] L’essere umano non esisteva soltanto in funzione di Dio, ma Dio aveva creato l’uomo anche in funzione dell’uomo stesso, il quale poteva dunque vivere con gioia la propria vita. Inoltre, dato che poteva svilupparsi liberamente, aveva di fronte a sé un numero infinito di possibilità. La meta era superare ogni limite, e anche questo era nuovo rispetto all’umanesimo antico, che insisteva invece sulla temperanza, sulla serenità e sul dominio di sé.