mercoledì 17 marzo 2010

Più lontana della luna - Paola Mastrocola /1

Credo che fossi – come dire? – impermeabile. Come le piume di un’anatra, che l’acqua ci passa sopra e lei indenne, sempre asciutta. Non so se pensavo ad altro mentre quelle migliaia di telegiornali mi passavano davanti negli anni, e che cos’era, quell’altro a cui pensavo; o se invece non avevo pensieri, neanche l’ombra, ero completamente vuota, sospesa tra un cucchiaio e l’altro di minestra. […] La verità è che con i telegiornali mi annoiavo a morte. Mi annoiavano le loro parole: erano troppe, e sempre uguali, sembravano formule. E non mi piaceva quel loro modo di parlare, sempre truci, mai un sorriso, una battuta, sempre come se si trattasse di salvare il mondo. Il mondo non aveva nessun bisogno, secondo me, di essere salvato né di essere lasciato com’era. Ci pensava lui a cosa fare. Era andato avanti fino adesso per conto suo, e così avrebbe continuato. L’importante era che noi ci vivessimo dentro meglio che potevamo, facendo ognuno quel che ci veniva meglio fare, questo sì. A voi piace fare politica, vi viene bene? Perfetto, fatela. Ad altri piacerà di più leggere poesie, o andare a cavallo. Bene, che leggano poesie e vadano a cavallo. Ognuno ha i suoi sogni, le sue passioni, e non è detto che alcune siano meglio di altre, chi lo dice? Perché?

Era un bel problema irrisolvibile, quello dei giornali. Come una giostra: se non si ferma mai, come fanno le persone a salirci? Se uno vuole cominciare a leggere i giornali, come fa se ogni volta dovrebbe già aver letto i giornali precedenti per capirci qualcosa? Mi ci sarebbe voluto un giornale-riassunto delle puntate precedenti, come facevano la domenica sera in tivù, a ogni puntata della Cittadella o del Fantasma del Louvre.

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