Allora ripenso a quei meravigliosi giorni di Parigi quando eravamo tutti giovani e pazzi. […] E a Parigi si viveva nell’anarchia. Nell’anarchia più assoluta. Mangiavamo quando avevamo fame, dormivamo quando ci veniva sonno, e scopavamo con chiunque ci stesse appena se ne presentava l’occasione, tirando avanti con tre dollari al giorno.
“I migliori” continuò Boogie “ non hanno convinzioni, mentre i peggiori difendono le proprie con ardore. Yeats, non io.”
“E gliela fai passare liscia?” mi chiese Boogie. “Ma spaccagli i denti. Pestalo a sangue. Dopo ti sentirai meglio”.
“Giusto” gli dissi. “Giusto, vado”.
“Tu sei un pericolo pubblico” mi fece Boogie trascinandomi via.
Tutti quanti noi, all’epoca, vivevamo nella più beata incoscienza, e non ce ne importava un fico secco di quanti anni avessimo: ventitré, ventisette, era lo stesso. A quel che ci restava da vivere non pensavamo proprio. Forse perché i colpi cadevano ancora nella terra di nessuno, se vogliamo usare una metafora bellica.
“Tu non vieni. Scordatelo”.
“Sarò umile. Sgranerò gli occhi alle sue metafore e applaudirò ogni mot juste”.
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